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Mille microprogetti nei Paesi dei migranti
Giulio Albanese
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Nessuno è profugo per caso. Chiunque abbia vissuto nelle periferie del nostro povero mondo – pensiamo, ad esempio ai nostri missionari e volontari – è consapevole della complessità del fenomeno migratorio. A parte i tradizionali scenari di guerra, non basta mai una sola ragione a determinare e spiegare l’abbandono del proprio Paese. Infatti, le migrazioni sono sempre originate da una serie di fattori che interagiscono tra loro: persecuzioni politiche, religiose, carestie, esclusione sociale, violazioni dei diritti umani... Tutte cause che generano uno stato di diffusa insicurezza e precarietà, con particolare riferimento al Vicino Oriente all’Africa subsahariana da cui proviene il grosso della mobilità umana verso l’Europa.


È in questo contesto che s’inserisce l’iniziativa giubilare della Conferenza episcopale italiana, per la realizzazione di mille microprogetti nei Paesi di origine dei richiedenti asilo e rifugiati, sviluppando un’antica vocazione d’impegno internazionale del cattolicesimo e in risposta ai nuovi d ripetuti appelli lanciati da papa Francesco. Tale proposta è peraltro contenuta nel "Vademecum" della Cei indirizzato a tutte le diocesi italiane, per meglio vivere ed organizzare l’accoglienza, valorizzando le esperienze di cooperazione internazionale e di cooperazione missionaria, attraverso le proposte di Caritas Italiana, di Missio, della Focsiv e della rete dei missionari presenti nelle diverse nazioni di provenienza dei profughi. A questo proposito è doveroso tornare a fare chiarezza, andando al di là dei luoghi comuni o di pregiudizi fuorvianti. Basti pensare al fatto, ad esempio, che l’Europa non è il continente maggiormente coinvolto nelle migrazioni.


Lo scorso anno la mobilità umana ha interessato 60 milioni di persone e l’Europa ha accolto poco più di un sessantesimo di questa cifra totale. Non solo. I nostri missionari fanno molta fatica a comprendere la distinzione tra "rifugiati" e "migranti economici". Ammesso pure che vi fossero solo due categorie, come affermava nell’ormai lontano 1973 un certo Egon Kunz, che elaborò la suddetta distinzione, meglio nota come push/pull theory – coloro che partono per necessità (i pushed) e chi lo fa invece per scelta (i pulled) – il paradosso è evidente. Se il migrante scappa dalla guerra o è perseguitato da un regime totalitario può essere accolto (qualificandosi appunto come rifugiato), se invece fugge da inedia e pandemie, in quanto nel suo Paese non esistono le condizioni di sussistenza, non potrebbe partire e dovrebbe accettare inesorabilmente il suo infausto destino. E dire che molti popoli del Sud del mondo sono penalizzati proprio dalla globalizzazione dei mercati, che non hanno certo inventato i migranti.

Detto questo, l’iniziativa della Cei non va certamente letta come un banale 'aiutiamoli a casa loro affinché non invadano le nostre terre', ma come un modo concreto per recepire le istanze dell’enciclica Laudato si’ di papa Francesco. Da un lato, infatti, il Papa denuncia il sistema economico imperante, centrato sulla massimizzazione del profitto a tutti i costi nel breve termine, sfruttando le risorse naturali a scapito di tanta umanità dolente, tra cui i migranti.


Dall’altra, il pensiero di Bergoglio configura l’impegno a promuove uno sviluppo umano integrale centrato sulla cura della persona e del creato, sulla dignità umana, dove la solidarietà e la fratellanza universale rappresentano la conditio sine qua non per sostenere il cambiamento. In tale contesto, i microprogetti non vanno intesi come interventi a pioggia, secondo la solita logica della carità pelosa. Essi, infatti, nel loro piccolo, s’inseriscono come supporto a iniziative-progetti già in corso, dunque come parte di un piano d’intervento più ampio. Possono, perciò, davvero contribuire allo sviluppo delle 'periferie' se accompagnati dalla consapevolezza, come sostiene papa Francesco, che occorre risolvere le cause profonde che generano i flussi migratori. È evidente che queste micro-realizzazioni sono il segno di un impegno ecclesiale proteso all’affermazione della globalizzazione dei diritti.
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