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IL SIGNIFICATO DELLA RICONCILIAZIONE NEL MAGISTERO DI FRANCESCO
Nel confessionale la misericordia del Padre
Stefania Falasca
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Riconoscersi peccatori è una grazia. Una grazia che si deve chiedere. Convertirsi è una grazia, «è una visita di Dio». Di quel Dio che sempre aspetta e ci precede. E continuamente la vita cristiana per essere vera esige la conversione. Ma da che cosa dobbiamo convertirci? Da che cosa si devono convertire coloro che si proclamano cristiani? Papa Francesco in una delle sue omelie mattutine ha indicato tre chiamate alla conversione, e continuamente le ripete. Sono quelle che ha fatto Cristo stesso: «Ai tiepidi, quelli della comodità; a quelli dell’apparenza, che si credono ricchi ma sono poveri, non hanno niente, sono morti; ai corrotti». Il tepore è tipico di quelli che vivono nella «spiritualità della comodità»: «Faccio le cose come posso e che nessuno venga a disturbarmi». Chi vive così pensa che non gli manchi niente: «Vado a Messa le domeniche, prego alcune volte, mi sento bene, sono in grazia di Dio, sono ricco» e «non ho bisogno di nulla». Questo stato d’animo è invece uno stato di peccato perché «la comodità spirituale è uno stato di peccato». E a questi - ha ricordato il Papa - «il Signore non risparmia parole» e gli dice: «Perché sei tiepido sto per vomitarti dalla mia bocca».

Ci sono poi quelli che vivono delle apparenze, i cristiani delle apparenze e gli ipocriti. «Non ho niente da rimproverarmi: ho una buona famiglia, ho tutto il necessario, sono sposato in chiesa… sono tranquillo». Ma le apparenze sono «il sudario di questi cristiani: si credono vivi, ma sono morti. E il Signore li chiama alla conversione». Poi ci sono i corrotti, «quelli che invece di servire sfruttano, per servire se stessi, passano la vita in mezzo alle scorciatoie dell’opportunismo a prezzo della loro stessa dignità e quella degli altri e mascherano sempre in modo di salvare le apparenze… è una condizione uno stato personale e sociale nel quale uno si abitua a vivere». E anche su questo, in riferimento al Vangelo, Papa Francesco non ha lesinato sulle parole nella sua predicazione. Tutte queste condizioni sono contro il comandamento dell’Amore. Contro Dio e contro il prossimo e il nostro peccato sempre ha una ricaduta sociale. La Parola di Dio, ha detto il Papa, «è capace di cambiare tutto», ma «non sempre abbiamo il coraggio di credere nella Parola di Dio, di ricevere quella Parola che ci guarisce dentro». «Dobbiamo perciò prendere coscienza del nostro stato, essere onesti con noi stessi, e non leccarci le ferite perché se soltanto alziamo lo sguardo ripiegato sul nostro io e lasciamo almeno uno spiraglio all’azione della sua Grazia, Gesù fa miracoli anche con il nostro peccato, con la nostra miseria». 

Il suggerimento di Francesco: «Pensiamo perciò molto, molto seriamente alla nostra conversione, perché possiamo andare avanti nel cammino della nostra vita cristiana». Nessuno può porre un limite all’amore di Dio che perdona. E per questo il Papa indica continuamente il confronto con il passo di Matteo 25 sul Giudizio finale, perché alla fine saremo giudicati solo sull’amore, con le Beatitudini che sono le colonne del Vangelo e le sette opere di misericordia corporali e spirituali, mettere in pratica le quali significa anche realmente cambiare la società. Vivere la conversione è vivere questo. Da qui l’Anno Santo speciale, il Giubileo della misericordia che sia «per ognuno genuina esperienza della misericordia di Dio, la quale a tutti va incontro con il volto del Padre che accoglie e perdona, dimenticando completamente il peccato commesso». Il che non vuol dire allargare le braccia del lassismo, ma le braccia di chi sa «che il perdono di Dio, a chiunque è pentito, non può essere negato». E se la Chiesa non è al mondo per condannare, ma per permettere l’incontro con quell’amore viscerale che è la misericordia di Dio che permette di vivere nella conversione al Vangelo e nelle Beatitudini, i Sacramenti, luoghi della vicinanza di Dio agli uomini, sono perciò «il modo concreto che Dio ha pensato, ha voluto per venirci incontro, per abbracciarci». E tra i Sacramenti, certamente quello della Riconciliazione o «della Guarigione», come lo ha denominato Francesco nell’udienza del 19 febbraio 2014, «rende presente con speciale efficacia il volto misericordioso di Dio»: lo concretizza e lo manifesta continuamente, senza sosta. «Sono un peccatore perdonato» questa è la definizione che più volte ha dato Francesco di se stesso. Il misero e la misericordia. E la grazia che passa anche per un confessionale, perché attraversare le periferie dell’umanità e le periferie dell’anima vuol dire anche praticare a lungo il ministero della riconciliazione.

Spesso, prima della sua elezione, papa Francesco restava per ore nei confessionali dei santuari mariani, i porti di mare della nostra umanità smarrita, dolente, ferita e umiliata dal male. Di tanti ha potuto vedere le lacrime e la pace, il ritorno, la conversione. La misericordia che oggi testimonia con la sua vita prima ancora che con le parole - ha davanti tutto questo, ma anzitutto il suo vissuto di uomo che sa cos’è il peccato e la grazia, la miseria e il perdono, che sa cosa significa essere abbracciati dallo sguardo di amore di Dio. «Sono un peccatore perdonato»: tutto il cristianesimo, la storia della salvezza è qui. E questa è la cifra distintiva del ministero petrino che è chiamato a svolgere e dell’infinito amore di Dio verso tutti che è chiamato ad annunciare. «Dio non si stanca di perdonare» ripete dall’inizio del suo ministero «perché Dio non vuole la nostra condanna, ma la nostra salvezza. Dio non vuole la condanna di nessuno!». «Dio - ha detto ancora - voleva salvare Pilato e anche Giuda, tutti! Lui il Signore della misericordia vuole salvare tutti!. Il problema è lasciare che Lui entri nel cuore. Tutte le parole dei profeti sono un appello appassionato e pieno di amore che ricerca la nostra conversione». E i confessionali sono il luogo dove si può fare esperienza di questo abbraccio di Dio. Il Sacramento della Riconciliazione «è un Sacramento di guarigione» ha detto in un’udienza e «celebrare il sacramento della Riconciliazione significa essere avvolti in un abbraccio caloroso: è l’abbraccio dell’infinita misericordia del Padre».

Per questo ha usato dire che il confessionale «non è una tintoria», «non è una sala di tortura» e «confessare i nostri peccati non è andare ad una seduta di psichiatria». Insomma: «Nel confessionale tutti andiamo a trovare un Padre, che ci aiuti a cambiare vita e che ci dia la forza di andare avanti, un Padre che ci perdoni in nome di Dio». Ed ha sottolineato la dimensione ecclesiale del sacramento che scaturisce direttamente dal mistero pasquale: «Il perdono dei nostri peccati non è qualcosa che possiamo darci noi. Io non posso dire: mi perdono i peccati. Il perdono si chiede, si chiede a un altro e nella Confessione chiediamo il perdono a Gesù. Il perdono non è frutto dei nostri sforzi, ma è un regalo, è un dono dello Spirito Santo ed è necessario confessare umilmente e fiduciosamente i propri peccati al ministro della Chiesa». Già all’udienza generale del 20 novembre 2013 Papa Francesco ha sottolineato il servizio e la responsabilità del sacerdote confessore, che dev’essere «mite, benevolo e misericordioso», perché «è precisamente un cuore di padre che noi vogliamo incontrare quando andiamo nel confessionale». E su questo ha molto insistito anche attraverso gli esempi di santi confessori come Leopoldo Mandic e padre Pio le cui reliquie ha voluto a Roma.

«Il servizio che il sacerdote presta come ministro, da parte di Dio, per perdonare i peccati è molto delicato», e richiede alcune condizioni: primo, «che il suo cuore sia in pace, che il sacerdote abbia il cuore in pace»; secondo, «che non maltratti i fedeli, ma che sia mite, benevolo e misericordioso»; terzo, «che sappia seminare speranza nei cuori e, soprattutto, sia consapevole che il fratello o la sorella che si accosta al sacramento della Riconciliazione cerca il perdono e lo fa come si accostavano tante persone a Gesù perché le guarisse». Parole anche dure: «Il sacerdote che non abbia questa disposizione di spirito è meglio che, finché non si corregga, non amministri questo Sacramento», perché «tutti i fedeli hanno il diritto di trovare nei sacerdoti dei servitori del perdono di Dio». Domani Francesco punterà di nuovo il confessionale, inginocchiandosi faccia a faccia di fronte a un sacerdote. Confessandosi lui per primo e dando l’esempio di che cosa vuol dire essere attraversati dall’amore di Dio, come ha fatto a partire dal primo anno del suo pontificato. Ed è questo che fa di Papa Francesco un uomo libero, felice di quella pace che viene da Dio. A prova di bomba. Se ne fanno una ragione anche i suoi detrattori. Domani in diretta ribadirà quanto gli è naturale per grazia e quanto predica da sempre. Siamo peccatori. Anche il Papa lo è. Ma Dio è più grande del peccato. E solo abbandonandosi al suo abbraccio possono rinascere a nuova vita tutte le cose.
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