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Carlo Cardia
Famiglia e maternità garanzia d'amore
Carlo Cardia
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Una sintesi alta dell’evoluzione umana è scritta nei diritti della persona del Novecento, che per Hannah Arendt costituiscono una «nuova legge sulla terra», un nuovo Sinai, dopo la notte della ragione e dei totalitarismi di destra e sinistra: e riguarda la genitorialità, la maternità e l’infanzia. Un traguardo in cui si riconoscono Stati, popoli, culture d’ogni parte della terra, senza distinzioni. Per la Dichiarazione universale del 1948, «la maternità e l’infanzia hanno diritto a speciali cure e assistenza».


La Convenzione sui diritti del fanciullo (1989) afferma all’art. 18 che «entrambi i genitori hanno una responsabilità comune per l’educazione del fanciullo», mentre per la Dichiarazione del 1959, «salvo circostanze eccezionali, il bambino in tenera età non deve essere separato dalla madre». Altre Carte dei diritti citano espressamente il matrimonio come unione tra uomini e donne.


Si tratta di princìpi, ispirati da valori universali, che si traducono in regole mai disattese nella storia delle società, e uniscono uomini e popoli attorno a una comune antropologia solidale. C’è ancora un fatto da non trascurare: sono princìpi e valori che ciascuno di noi vive e pratica nell’esperienza familiare, assaporando la bellezza e la fecondità dei legami primordiali, tra genitori e figli, tra fratelli e sorelle, che costituiscono il tessuto vitale, di affetto e sostegno, che lungo l’esistenza dà forza alle persone e alla collettività. Per questa ragione, le culture e le religioni d’ogni tempo, e con esse la letteratura, l’arte, la filosofia, hanno assunto la famiglia e la maternità come archetipi di riferimento attorno ai quali ruota l’esperienza umana, l’hanno fatto esaltandole, studiandone le variazioni, e le difficoltà, esprimendo la nostalgia più forte di fronte ai loro fallimenti.


Oggi, in molte parti d’Occidente è messa in discussione l’architrave della struttura sociale, non quando si riconoscono diritti a situazioni ed esperienze diverse, come è legittimo e giusto, ma quando s’intacca il ruolo del matrimonio tra uomo e donna, si separa il bambino (il più debole della filiera umana) dalla cura genitoriale, azzerando la figura materna, o quella paterna, o scindendo la radice biologica dalla nascita sociale, con la maternità surrogata.


Quando si discute, come accade in Italia (e con più intensità a partire da oggi) e come è già accaduto in Francia e altri Paesi europei, di un progetto di legge, non si deve dimenticare che, oltre gli aggiustamenti su commi o articoli (importanti per migliorare il testo), è l’impianto stesso delle relazioni umane che entra in crisi, è riscritto arbitrariamente o in soggezione a tecnologie che tendono a riprodurre in laboratorio l’essere umano. Separando il minore dalla doppia figura materna e paterna s’infrange il presidio umano ed etico che garantisce tutti i bambini nel loro venire al mondo.


La società vive con sofferenza questi tentativi di riscrivere l’origine e il destino dell’uomo, e da tempo in diversi Paesi, la gente e la cultura si riunisce per tutelare la centralità e la bellezza della maternità, del diritto nativo del bambino di avere un papà e una mamma. A Parigi si volgerà il 2 febbraio un Forum internazionale per denunciare il carattere servile della maternità surrogata, per il quale s’è prodigata a lungo Sylviane Agacinski, esponente storica del femminismo e moglie di Lionel Jospin. Agacinski ha evocato con linguaggio di sinistra alcuni valori delle Carte dei diritti, ricordando che il corpo umano non è una merce, né la donna può essere ridotta a forme inedite di sfruttamento, ha esaltato il ruolo della maternità, che non può essere spezzata, facendo del bambino un prodotto materiale anziché il frutto del rapporto d’amore tra uomo e donna: le modalità con cui si realizza la surrogazione sono «forme di servitù che attentano alla libertà della persona, alla dignità del suo corpo».


Anche in Italia e negli Stati Uniti si sono levate voci le più diverse per difendere i diritti dei bambini, la dignità della donna, e si sono espresse in appelli di centinaia di giuristi promossi dal Centro Studi Livatino, in documenti come quello delle donne del "Se non ora quando-Libere", negli incontri del Family day organizzati liberamente da uomini di ogni fede e appartenenza politica.

Un’altra esponente del femminismo storico, la svedese K. Ekis Ekman, parla delle donne indotte alla surrogazione di maternità come di «nuovo proletariato femminile dei Paesi poveri a servizio dei padroni dei Paesi ricchi», mentre la filosofa californiana Rivka Weinberg osserva che in questo modo le società ricche danno in outsourcing la riproduzione, allo stesso modo in cui trasferiscono all’estero i centri di servizi ai clienti. Infine, il Parlamento di Strasburgo ha sanzionato la pratica, che «compromette la dignità della donna dal momento che il suo corpo e le sue funzioni riproduttive sono usate come merce». La difesa dei valori antropologici non si esaurisce negli appelli e nelle manifestazioni, pure importanti. Essa ha significato permanente, prosegue nella testimonianza personale, culturale, a favore della famiglia e della filiazione. È così grande, e vivido, questo valore, per uomini, donne, giovani di tutto il mondo, che può solo unire, non dividere, la società. Nonostante le cadute che si registrano in alcuni Paesi, esso è destinato a rimanere unico di fronte alla coscienza, all’esperienza vitale di ciascuno di noi. Nella famiglia, nel rapporto con il padre e la madre, con la loro gioia e fatica nel crescere i figli, ci rispecchiamo tutti, senza distinzione, e questa è la forza unificatrice più grande su cui l’impegno di oggi può contare. Sentiamo tutti quanto siano vere le parole semplici e solenni di papa Francesco che ha invitato, con la sua inconfondibile pastoralità, a non mischiare cose diverse, come la famiglia e altre realtà. È un richiamo che spinge all’impegno, e assicura su un punto nodale: nessuno potrà mai cancellare dal cuore d’ogni persona quei sentimenti, legami profondi, quel substrato di amore, che ci legano alla famiglia, ai genitori e ai figli, fondando così le comuni origini umane. Carlo Cardia © RIPRODUZIONE RISERVATA
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