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La difficile ricerca di una strategia comune
Migranti, il rischio dell'Europa a 2 velocità
Diego Motta
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La tendenza al rinvio da parte dell’Europa non è certo una novità, ma la scelta di rimandare decisioni-chiave in materia di immigrazione, come è accaduto da ultimo ad esempio con la Turchia, è troppo simile a un film già visto per poter passare inosservata. Cinque anni dopo, dal punto di vista politico, sembra si stia ripetendo nelle cancellerie del Vecchio continente quel che era accaduto ai tempi della crisi dell’euro, con la differenza sostanziale che adesso, vista la portata della crisi umanitaria, il tempo è già ampiamente scaduto. Le analogie sono tante e vale la pena metterle in fila, una ad una. Allora come oggi, la 'tempesta perfetta' rischia di scatenarsi sui Paesi mediterranei per eccellenza, dalla Grecia all’Italia, già sottoposti in questi mesi a grandi sforzi di accoglienza e impegno umanitario. Nel 2011 fu l’abbattersi dello spread attraverso la speculazione finanziaria partita dalla City londinese a isolare i cosiddetti 'Pigs' (oltre a Roma ed Atene c’erano anche Portogallo e Spagna) presi di mira per il mix tra alto indebitamento pubblico e crescita zero.

Il risultato fu la crescita del 'gap' sociale, con l’aumento dei nuovi poveri e il costante indebolimento di un ceto medio particolarmente provato dagli effetti della crisi, che da finanziaria divenne economica. Adesso, con l’arrivo di centinaia di migliaia di persone sulle nostre coste e sulle coste della penisola ellenica, lo spread tra Paesi accoglienti e Paesi inospitali rischia di allargarsi ulteriormente. Allora come oggi, prende corpo la tentazione di chiudersi a riccio e di immaginare un’Europa a più velocità: Nord da una parte e Sud dall’altra. «Se però con l’offensiva contro la moneta unica, assistemmo al tentativo tedesco di ridurre 'ad unum' l’Europa assoggettandola ai voleri di Berlino - osserva lo storico dell’economia, Giulio Sapelli - adesso è evidente il disegno di dividere il Vecchio continente in tre diverse aree: gli Stati di prima accoglienza, cioè noi e la Grecia, gli Stati di transito, che si trovano sulle vie di passaggio come i Balcani, e infine i Paesi d’approdo, dalla Germania alla Scandinavia, che offrono ancora l’illusione di un lavoro e di un futuro stabile per chi è in fuga dalle guerre».

La ricetta dell’austerity imposta a tutti non funzionò, così come ora sembra stucchevole il tira e molla su Schengen, su cui all’inizio Bruxelles ha chiuso un occhio per evitare le proteste dei Paesi più colpiti dai flussi e che adesso si vorrebbe ripristinare 'in toto' entro l’anno, dopo che sono sorti muri e barriere. «L’Europa ha sempre sottovalutato il tema - afferma Guido Bolaffi, già consulente di diversi governi sui temi dell’immigrazione - basti pensare che nel Trattato di Roma la parola immigrazione non venne nemmeno menzionata. Del resto, è sufficiente guardare a come si stanno comportando i Paesi dell’Est, da cui in passato fuggirono milioni di persone. Nel secondo dopoguerra molti di loro trovarono rifugio in Occidente, mentre adesso le persone che premono sui loro confini vengono considerate alla stregua di intrusi in patria, quasi polacchi, ungheresi, bulgari si sentissero etnicamente purificati per sempre dall’esperienza subita negli anni del comunismo».

Detto questo, quanto sta accadendo adesso sulla rotta balcanica è «materia cromosomicamente diversa rispetto a quanto avvenne nel 2011: allora almeno eravamo dentro il mercato comune, con delle regole stabilite dai Trattati e una governance condivisa. Con i flussi migratori, invece, non è così. Il punto è che sono esplose improvvisamente tutte le contraddizioni politiche tra chi chiede ulteriori cessioni di sovranità da parte dei diversi Stati e chi avanza perplessità legate a un legittimo interesse nazionale». Unica eccezione, secondo Bolaffi, è proprio la Germania, «che da rigido custode dell’ortodossia monetaria, sul fronte dell’ospitalità ha saputo dare un segnale al resto dell’Europa, anche se adesso i problemi interni di consenso per Angela Merkel cominciano a pesare». Il sovrapporsi di vertici tra i leader, di riunioni formali e informali, di bilaterali tra gli Stati per risolvere il dramma dei profughi alle frontiere conferma comunque l’impressione di una schizofrenia strategica che ricorda gli ultimatum a catena lanciati nelle ultimi estati in vista del possibile collasso di Atene. Si procede di rinvio in rinvio, senza unità di intenti perché il tema è delicato e solletica i peggiori istinti delle opinioni pubbliche locali. «L’Europa è nata per risolvere i suoi problemi interni, ma non ha mai pensato seriamente di dover trovare una soluzione per i problemi alle frontiere esterne - continua Bolaffi -. Adesso però la situazione si è rovesciata. Schengen ha permesso di superare i confini delle nazioni, ma non è bastato. È come se gli inquilini del palazzo avessero iniziato a scambiarsi le chiavi di casa, salvo poi accorgersi che mancava chi doveva restare al portone».

Davvero se nessuno saprà imporsi con una visione di lungo periodo, rischiamo l’implosione della costruzione europea, nel momento in cui alla contabilità dei bilanci e alle opzioni fredde dei tecnici (crisi finanziaria) si sostituisce l’incapacità di scegliere quale civile rifugio dare a milioni di profughi che bussano alle nostre porte (crisi umanitaria)? Così la pensa Sapelli, quando ammonisce sul Vecchio continente che «scivola lentamente verso una dissoluzione che sarà lunghissima e dolorosa, tuttavia inevitabile. La ragione è emersa proprio con la crisi delle migrazioni. Un tema eminentemente politico, che solo la politica può risolvere». Verrebbe da immaginare una personalità che potesse fare intorno a questa emergenza quanto è stato capace di fare, sul versante finanziario della Bce, Mario Draghi, o almeno, per dirla con Bolaffi, «qualcuno che abbia l’autorità per intervenire a nome di tutti, con decisioni vincolanti e misurabili nel tempo». Invece si annaspa nella girandola dei rinvii e nelle maratone notturne della Commissione che sembrano non dare esito alcuno. Intanto però la fase dei gesti simbolici e delle sparate propagandistiche si è già abbondantemente conclusa e la calma apparente dei dopo-summit assomiglia tanto alla quiete prima della tempesta.
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