martedì 2 luglio 2013
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Una notizia di ambito locale, anche se riguarda una grande città come Milano e il suo territorio, ma che, soprattutto, ci sembra emblematica del modo sbagliato in cui la politica e le istituzioni spesso vedono e trattano la scuola: nelle scorse settimane i presidi degli istituti superiori milanesi hanno ricevuto una lettera dalla Provincia (l’ente territoriale che gestisce l’edilizia scolastica degli istituti secondari), controfirmata dall’Ufficio scolastico regionale (che evidentemente ha deciso di avallare la richiesta), in cui si chiedeva di considerare, per il prossimo anno scolastico, la possibilità di introdurre la cosiddetta "settimana breve", cioè lezioni dal lunedì al venerdì, e sabato tutti a casa. Il motivo? Si è calcolato che questa scelta, tenendo le scuole chiuse un giorno in più a settimana, consentirebbe un certo risparmio per le spese di riscaldamento. Ora, in tempi di crisi economica, austerità e revisione della spesa si capisce bene la ratio di questa richiesta: i dirigenti che l’hanno pensata hanno ritenuto di applicare la diligenza del buon padre di famiglia. Perciò non vogliamo censurare la richiesta in quanto tale, ma il metodo ad essa sotteso. Perché se è vero che la Provincia è chiamata dalla legge a occuparsi degli edifici (dei muri, dei banchi, delle sedie, delle lavagne…), le scelte didattiche – e l’articolazione dell’orario settimanale è una di queste scelte, anzi potremmo dire una delle più importanti, poiché struttura i tempi dell’insegnamento e dell’apprendimento – sono di esclusiva pertinenza degli organi collegiali della scuola. Gli istituti del Milanese hanno per lo più risposto negativamente alla richiesta. E c’è da capirli. Se la settimana breve può andar bene alle elementari e alle medie, alle superiori la consapevolezza del grande impegno richiesto da discipline più esigenti finora ha quasi sempre sconsigliato questa strada. Tanto più che nel prossimo anno scolastico saranno ancora presenti le classi terminali (quinte) del vecchio ordinamento (pre-riforma Gelmini) che in alcuni indirizzi prevedono un orario settimanale fino a 36 ore: già su 6 giorni sono 6 ore al giorno, metterle su 5 giorni diventerebbe davvero complicato. Ma più in generale, anche per le classi con meno ore settimanali, si può dire che togliere un giorno alla didattica significa togliere un giorno allo studio dei ragazzi. Perché se la scuola finisce con la mattinata di venerdì, è molto improbabile che i nostri ragazzi se ne stiano venerdì pomeriggio e sabato a studiare e a fare i compiti. Molto probabilmente si innescherebbe, soprattutto nei più grandi, l’abitudine della doppia uscita serale, venerdì e sabato. Compattare le ore in 5 giorni equivarrebbe a creare mattinate molto pesanti, con l’uscita da scuola alle 14 o alle 15, con gravi disagi soprattutto per gli studenti pendolari, che ogni giorno arriverebbero a casa a orari molto tardi. Inoltre si tratterebbe di ipotizzare un rientro pomeridiano, sottraendo anche lì tempo prezioso allo studio domestico e ai corsi di recupero che si organizzano, appunto di pomeriggio, per gli studenti con insufficienze. Tuttavia, al di là delle ragioni pedagogiche esposte (e sulle quali, per carità, si può discutere, arrivando magari anche a convinzioni diverse), la richiesta della chiusura delle scuole il sabato, così come è stata proposta, ci sembra sbagliata perché ancora una volta la scuola viene vista soltanto come una "fonte di spesa". La politica, anche quella locale, si mostra sempre più preoccupata – quasi ossessionata – dalla necessità di tagliare e di risparmiare. Quando si ricomincerà invece a credere nuovamente nell’istruzione come in un’importante risorsa sociale, da valorizzare e nella quale investire?
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