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Manifestazione per la famiglia
Famiglia, la giusta domanda che sale dal basso
Marco Tarquinio
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Chi ha voluto vedere e ascoltare, ha di nuovo capito. Ha capito che cosa è un popolo che laicamente e responsabilmente va in piazza per far sentire la propria voce e lo fa con pacifica determinazione, con parole chiare eppure rispettose per tutti, anche per chi la pensa diversamente. Il popolo della famiglia – e certamente quella grande parte del popolo della famiglia che il Comitato "Difendiamo i nostri figli" ha mobilitato e raccolto sabato al Circo Massimo di Roma – è proprio così. È civilmente, in modo costitutivo e costruttivo, così.

Questo popolo grande si spende con pazienza e quotidiana dedizione per una idea di civiltà dell’accoglienza, s’impegna per preservare e trasmettere un umanesimo concreto saldamento centrato sulla dignità mai commerciabile della persona che corrisponde in pieno non solo a grandi visioni religiose ma anche ai princìpi posti a cardine della nostra Costituzione repubblicana.

Una concezione positiva che trova nella famiglia – fondata sul matrimonio tra una donna e un uomo e aperta alla vita – la sua base, il suo respiro, la sua forza buona di futuro. Chi ci rappresenta e ci governa (tanto quanto chi – come noi – si assume il compito di dare attenzione e raccontare il Paese reale), ha il diritto/dovere di valutare, decidere e legiferare, ma anche, appunto, il dovere di vedere, di ascoltare e di capire.

Capire e rispettare, con la convinzione e lo stile democratico del popolo della famiglia. Che non si allinea al «pensiero dominante» che tende e intende farsi «unico», e crede e chiede che situazioni diverse – come oggettivamente diverse sono le unioni di un uomo e di una donna e le unioni di persone dello stesso sesso – vengano giustamente regolate in modo diverso.

Un modo distinto è distante, eppure non meno importante (per questo sulle nostre pagine abbiamo tanto ragionato e dialogato, sinora senza veder cambiare davvero il testo del ddl all’esame del Parlamento, dell’opportunità di aprire una "via italiana" alle unioni civili, solidale e non matrimoniale). Perché nessuno ha il diritto di negare niente di fondamentale a nessuno.

Ma nessuno può pretendere diritti sugli altri, tantomeno su un figlio. E il prezzo di certe avventure ideologiche, come purtroppo le cronache di questi anni testimoniano, portano su percorsi e verso pratiche (commercio di gameti, utero in affitto) che inclinano al disumano e strumentalizzano (e traducono in senso mercatista)  le stesse battaglie dei movimenti politici del cosiddetto mondo Lgbt.

Dopo le analisi e i consigli di giuristi insigni, le inchieste di giornalisti senza impacci e senza pregiudizi, la presa di coscienza di gran parte del mondo femminista e le gravi preoccupazioni espresse anche da autorità religiose di diversi Paesi e culture – a cominciare, per quanto riguarda i cattolici, da papa Francesco  e dai nostri vescovi – un popolo che è più ampio e variegato dello stesso immenso popolo delle parrocchie e dei movimenti ecclesiali è tornato a farsi sentire "per" la famiglia. È tempo di risposte alla corale domanda che sale "dal basso". Cioè di serie correzioni di rotta e di scelte coraggiose, davvero eque e lungimiranti.
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