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La possibile escalation in Libia / 1
Intervento in Libia? Mai avventure senza ritorno
Giulio Albanese
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Eppure lasciar fare è insensato di Riccardo Redaelli

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«Nei tempi antichi è stato scritto che è dolce e decoroso morire per la propria patria. Ma nella guerra moderna non c’è niente di dolce e opportuno nella morte. Si muore come cani senza alcun valido motivo». Queste parole di Ernest Hemingway sono quelle che forse, più di altre, descrivono efficacemente le ragioni e soprattutto gli effetti devastanti del conflitto che dal 2011 insanguina la Libia. La ridicola, formale pretesa anglo-francese di portarvi, allora, «la democrazia» non solo è stata decisamente smentita dai fatti, ma addirittura ha determinato, dopo la caduta di Gheddafi, l’implosione dell’intero Paese, lasciandolo sprofondare nell’anarchia, con una galassia di formazioni armate che si contendono il controllo del territorio. La pluralità di attori sul campo libico aumenta a dismisura, naturalmente, il rischio che si creino roccheforti o califfati, cioè luoghi alla mercé di formazioni criminali prive di qualunque legittimazione. Se da una parte è vero che non è lecito restare indifferenti rispetto a quanto sta avvenendo; dall’altra è ancora più vero che occorre evitare di ripetere gli errori già commessi in Somalia e in Iraq. Anche perché, dal dissolvimento del regime di Gheddafi in poi, le cancellerie – quelle che oggi “contano” sul palcoscenico della Storia – non hanno fatto bella figura: infatti si è perso tempo, molto tempo prezioso. Col risultato che ancora una volta sono scattati meccanismi e dispositivi estranei all’arte della diplomazia, che tuttora inibiscono una seria azione di politica estera.

Ecco che allora si rinuncia al principio dell’apertura di un dialogo a tutti i costi – nel caso della Libia – tra le diverse componenti, quelle a base regionale e quelle a base tribale, il governo/ i governi, i gruppi armati... Sarebbe pertanto un grave errore intervenire militarmente, come occidentali, nel caos libico in quanto sortirebbe l’effetto devastante di coagulare sotto il vessillo jihadista le innumerevoli forze eversive attualmente dispiegate sul campo. Insomma, l’ennesima guerra santa contro l’invasore, poco importa che si tratti di contingenti tradizionali o di forze speciali pilotate dall’intelligence. Il buon senso, piuttosto, suggerisce che con tutta la necessaria prudenza occorre coinvolgere maggiormente nella soluzione della crisi libica anche le due potenze laiche regionali: Egitto e Algeria. Senza dimenticare che alla fine, dovranno essere comunque le varie fazioni libiche a decidere il futuro del proprio Paese. Da questo punto di vista, la diplomazia internazionale dovrebbero mettercela tutta nel preparare il terreno affinché siano i moderati ad affermarsi, soprattutto nei confronti delle formazioni jihadiste radicali legate al Daesh. Quest’ultimo ha certamente un ruolo destabilizzante e come gli altri gruppi radicali libici deve parte del proprio arsenale al saccheggio dei depositi di armi e munizioni del disciolto esercito di Gheddafi. Al contempo, però, riceve sostegno anche dai salafiti di matrice saudita.

Sarebbe illusorio pensare che le Petromonarchie del Golfo siano del tutto estranee a quanto sta avvenendo in Libia, per non parlare del Sudan. Proprio da questo Paese, secondo fonti indipendenti della società civile sudanese, partirebbero convogli destinati al Daesh e ad altre formazioni jihadiste. Una cosa è certa: nessuna regola del diritto internazionale autorizza uno o più Stati (incluso il nostro) a ricorrere unilateralmente all’uso della forza per cambiare un regime o la forma di governo di un altro Stato. Solo il Consiglio di Sicurezza dell’Onu potrebbe, a motivo di circostanze particolari, decidere, nel rispetto del dibattito parlamentare dei singoli Stati coinvolti, che certi fatti o accadimenti costituiscano effettivamente una minaccia contro la pace. Questo non significava, comunque, che il ricorso alla forza sia, per lo stesso Consiglio di Sicurezza, la sola risposta adeguata. Non resta che sperare, e sperare fortemente, nella consapevolezza, come diceva san Giovanni Paolo II, che la guerra è sempre e comunque «un’avventura senza ritorno».
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