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L'editoriale
La resa dell'Europa
Marco Tarquinio
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​Non siamo di quelli che, quando c’è un problema aperto, considerano il “mettersi d’accordo” comunque una cattiva scelta. Tutt’altro. Ma l’accordo euro-turco sui migranti dal Vicino Oriente per la via balcanica che è stato stretto venerdì scorso, prima, tra i ventotto Paesi dell’Unione e, poi, tra questi e Ankara ha un sapore amaro, amarissimo, e un senso davvero «umiliante». Non c’è infatti aggettivo più proprio di quello scelto dal segretario di Stato vaticano, Pietro Parolin, per definire scelte di chiusura – di occhi, di cuore e di porte – di fronte a qualunque emergenza umanitaria e soprattutto davanti a quella che riguarda i profughi dalla Siria, dall’Iraq e dall’Afghanistan, terre sconvolte dalla guerra. Una guerra, non dimentichiamolo mai, che non s’è accesa per autocombustione, ma è stata scatenata e alimentata sia dalle presunzioni egemoniche di potentati stranieri (occidentali e russi compresi, anzi in prima fila) sia, con crescente evidenza e veemenza negli ultimi 25 anni, dalla terribile ideologia jihadista coltivata all’interno dell’islam sunnita.



Il discorso rischia di farsi largo, e invece bisogna stare al punto. I rifugiati dal Vicino Oriente, quanto e più di altri, sono vittime di odiose persecuzioni, di violenze gravissime (appena attestate anche dal Dipartimento di Stato degli Usa), di immani ingiustizie. E le ingiustizie non sanate possono solo moltiplicare se stesse. La Turchia che è stata immaginata a Bruxelles come un grande campo profughi a pagamento, è uno dei soggetti protagonisti della crisi bellica in corso come continua a ricordarci il rombare dei carri armati e dei cacciabombardieri di Ankara e il moltiplicarsi di attentati alla popolazione – e alle basilari libertà civili – nelle città turche.


Perciò è bene dire chiaro che, qualunque timbro formale ci si possa inventare, è e sarà impossibile ridurre tutto questo a una questione di ordine pubblico e dunque, per questa via, di intollerabile tratta (e contro-tratta) ufficiale tra Stati di esseri umani, di indecente mercato della speranza e della disperazione, di barriere che impediscano a richiedenti asilo di “entrare” e a noi di “vedere” l’effetto che fa sulla vita di milioni di persone in carne e ossa – uomini, donne e bambini – armare (e lasciar armare), finanziare (e lasciar finanziare) i signori della guerra e del terrore e consentire le ciniche speculazioni che da sempre si intrecciano attorno all’«affare della guerra».



Il cuore essenziale e drammatico dell’accordo euro-turco di Bruxelles sta nella pretesa di alzare accanto e sopra alle nuove “cortine di ferro” disseminate tra Balcani e Mitteleuropa un “muro” che fa del Vecchio Continente una «casa chiusa», in ognuno dei sensi che questa immagine richiama. Un luogo in cui si è ammessi soltanto con i soldi sull’unghia, scenario di commerci e strumentalizzazioni d’ogni tipo, teatro dell’indifferenza verso la sofferenza di chiunque. Anche di questa scelta insensata ci verrà chiesto conto, come di altre che con leggerezza infelice e pesanti responsabilità andiamo accumulando in questo tempo di sfide che imporrebbero invece ai nostri governanti e a settori non piccoli delle opinioni pubbliche europee un “di più” di umanità, di coraggio e di lucidità.


Ha scritto ieri Sabino Cassese sul “Corriere della Sera”, chiamando a un vero «realismo», che i migranti per i più diversi motivi che bussano all’uscio della società europea «li rifiutiamo, ma ne abbiamo bisogno, nelle famiglie, negli ospedali, nelle chiese, nei sistemi pensionistici, che divengono sempre meno sostenibili in Paesi che invecchiano, se non vi contribuiscono persone che paghino più di quel che ricevono, come gli stranieri». Ben detto, con sintesi ammirevole. I nostri lettori sanno che questo spieghiamo e rispieghiamo da anni, con il realismo che appunto serve di fronte a fenomeni complessi che mescolano urgenze umanitarie e doveri di governo del presente e del futuro dei consorzi umani.


Ma c’è dell’altro. L’Europa si è data, da più di sessant’anni, pur con le contraddizioni e le titubanze che tutti abbiamo visto e vediamo, il compito di dimostrare la possibilità di coronare con successo la fatica di realizzare uno straordinario e pacifico laboratorio di integrazione delle differenze. Se l’Europa si chiude e dichiara di non avere mezzi, regole e umanità per accogliere e valorizzare gli esseri umani che le chiedono aiuto e accoglienza, non rinuncia solo a esercitare un’azione che le spetta per forza e cultura, rinuncia proprio a se stessa. È un Europa che ha paura, che cinta il proprio suolo, ma non ha più ruolo. E anche se crede di essersi disposta a difesa della propria tranquillità, in realtà quest’Europa si sta arrendendo. C’è un politico, in Italia e altrove, che sia disposto a non consegnarsi a una miopia così grande, a una fiducia così piccola e a una resa così rovinosa?
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