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Medio Oriente
L'Oman neutrale, un «lusso» da tutelare
Federica Zoja
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Il destino dell’Oman, piccolo sultanato spesso assimilato alla Svizzera per la sua tradizionale neutralità, è appeso a un filo. Il Medio Oriente brucia e Muscat trema più che in passato: il pericolo viene da più fronti, interni ed esterni, e la posizione degli alleati occidentali è ambigua. Eppure, di una figura moderata come quella del 76 enne Qabus bin Said al Said, sovrano dell’emirato dal 1970, anno in cui organizzò con successo la detronizzazione del padre (con sostegno britannico e persiano, ndr), il quadrante regionale ha ancora bisogno. Amante del dietro le quinte, il sultano, monarca onnipresente in patria, compare di rado sugli organi di stampa stranieri. Curiosamente, il suo volto asciutto, incorniciato da barba e baffi bianchi, è noto ai media italiani: a bordo del proprio panfilo, il quarto più lungo al mondo, fa scalo a Palermo con cadenza quasi annuale e a Bari, di tanto in tanto. Nella città siciliana, per la quale il sovrano deve avere una certa infatuazione, il casato ha lasciato una prima donazione di 5,5 milioni di euro nel 2008 e un’altra, gemella, la scorsa estate. Il Comune non ha mai né smentito né confermato. Bin Said è così. Semplicemente, uno degli uomini più ricchi del mondo, soprattutto grazie ai proventi dell’estrazione di idrocarburi. Ma a differenziarlo dagli altri 'nababbi' regionali sono l’estrema riservatezza e l’apertura mentale, che fanno di lui un intermediario ideale nelle furibonde dispute mediorientali. 

Secondo alcuni studiosi di islamologia, è una questione confessionale: Qabus bin Said al Said è un musulmano ibadita, una rarità ormai. La minoranza ibadita si concentra pressoché totalmente in Oman e a Zanzibar, in un passato remoto importante centro commerciale e anche capitale del regno omanita. «La filosofia dell’ibadismo si basa sui principi della tolleranza religiosa e dell’impedimento di conflitti e violenza. Devono essere rispettati gli altri punti di vista o modelli di interpretazione», si legge sul sito ufficiale dell’ibadismo in Italia, suggellato dal ministero degli Affari religiosi del regno. E ancora: «Le preghiere nelle moschee in tutto il Paese sono svolte con i sunniti e gli sciiti a fianco degli ibaditi. I sunniti e gli sciiti sono sempre vissuti in armonia e in accordo con gli ibaditi che hanno sempre continuato ad essere la maggioranza credente dell’Oman. La preghiera comune a Dio non conosce dispute teologiche. Davanti a Dio ognuno è chiamato a rispondere di sé». Il medesimo atteggiamento è riservato ai non musulmani, non solo tollerati, ma rispettati. Fra il dire - anzi, professare - e il fare, nel caso di Qabus bin Said, la distanza è minima: il suo paziente lavorìo per condurre statunitensi e iraniani a un accordo sul nucleare ha richiesto quattro anni, dal 2012 al 2015, ma alla fine il tavolo negoziale omanita, accreditato dalle parti in causa e nascosto alle telecamere, ha centrato l’obiettivo. Ora, tuttavia, si registrano segnali di insofferenza nei confronti della neutralità di Muscat: a Riyadh non è andato giù il no all’ingresso nella grande coalizione militare sunnita in Siria e Yemen. 

L'Oman si è detto disponibile a una maggiore collaborazione in termini di scambio di informazioni e controllo dei confini con i fratelli della penisola arabica, ma non potrà mai abbandonare l’equidistanza fra Iran e Arabia saudita. Troppo spesso, nell’indagare la 'mosca bianca' Oman si dimenticano radici e storia e dominazioni antiche: prima che arabo, infatti, il territorio conosciuto dai Sumeri come Magan fu persiano. Nel 632 d.C., poi, con l’arrivo dei primi seguaci di Maometto, i padroni di casa cambiarono. Gli omaniti di oggi, inoltre, sono in maggioranza di origine araba, ma molti vantano anche antenati dell’Africa Orientale o del Belucistan, la più grande delle province pakistane, a lungo controllata. Ovviamente, alle motivazioni di natura etica, religiosa e, per così dire, genetica, si sommano quelle del buon senso: la posizione geografica del sultanato, fra la pentola saudita e la brace iraniana, con Emirati, Yemen e Pakistan a completare il quadro, impone prudenza e lungimiranza. Proficue relazioni economiche e rapporti politici distesi sono indispensabili per sopravvivere in mezzo ai leoni.

Non la pensano così le maggiori potenze sunnite, che pretendono prove di fedeltà, con una scelta di campo netta che tarda a venire: nell’ultimo semestre, il palazzo di Muscat ha accolto senza riserve i delegati di Bashar el-Assad, odiato presidente siriano (alawita sciita), e i rappresentanti dei ribelli yemeniti Huthi, sciiti pure loro. Tutti nemici dell’Arabia saudita e accoliti della Repubblica islamica dell’Iran. Il disappunto arabo è manifesto e suona come un campanello d’allarme. Peggiorano il quadro altri elementi: voci sempre più insistenti danno il sultano gravemente malato di cancro. La legge prevede che la famiglia reale, in assenza di eredi diretti, scelga il successore. Oppure che lo stesso sultano lasci due buste sigillate con i nomi dei 'papabili'. Difficile immaginare chi possa assumere i ruoli di primo ministro, ministro della Difesa e degli Esteri, capo di stato maggiore, direttore della banca centrale, tutti ricoperti da Qabus. E poi c’è la variabile anglosassone: l’Oman intrattiene una relazione tanto solida quanto opaca con Londra, potenza coloniale fino al 1971. Indiscrezioni diplomatiche, riportate dal periodico francese L’Obs, riferiscono della presenza fissa di un consigliere militare britannico a corte. Il sultano, peraltro, ha anche la cittadinanza inglese, cosa che è proibita ai suoi sudditi. L’Oman è forse un burattino britannico? Quanto agli Stati uniti, una base americana è dislocata nel Paese e la sussidiaria americana del gruppo Shell è la maggiore azionista della compagnia petrolifera nazionale. Dal 2009, fra le due nazioni è in vigore un accordo di libero scambio. Sull’area, però, si sta allungando l’ombra di Mosca: dal 1° al 3 febbraio sarà in visita a Muscat e Abu Dhabi il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov, «per discutere dell’agenda internazionale dell’energia». 

La domanda ora è la seguente: l’asse britannico-statunitense ha interesse a conservare un’oasi di neutralità affacciata sul Golfo persico? Da questa risposta dipendono le sorti di 4,2 milioni di omaniti, fino ad oggi risparmiati dalle follie jihadiste. Nessun cittadino dell’Oman è annoverato fra i ranghi dello Stato islamico e nessun attacco si è verificato nel sultanato. Fare leva sullo scontento popolare per creare il caos sarebbe abbastanza difficile: in oltre 40 anni di monarchia assoluta, è vero che il re non ha incoraggiato multipartitismo e attivismo politico, ma ha anche irradiato benessere economico e sociale. Fra i pochi emiri arabi a non aver tenuto i proventi del petrolio tutti per sé, Qabus ha modernizzato un lembo di deserto che il padre manteneva in condizioni medievali. Il crollo del prezzo del petrolio, però, ha reso evidente la necessità di diversificare. L’Oman sta accelerando su agricoltura, pesca e turismo (e tagliando la produzione di petrolio): il numero di presenze fra il 2006 e il 2013 è pressoché raddoppiato, passando da 1,3 a 2,2 milioni; nel 2015 si stima che 3 milioni di turisti abbiano visitato il Paese. L’obiettivo per il 2040 è di 7 milioni annui. Sempre che il regno resista all’impatto migratorio yemenita - sono migliaia i profughi che premono alla frontiera - e al cambio di guida, dato ormai per imminente.
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