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il rapporto Oxfam sulla distribuzione delle risorse
Quei 62 nababbi ricchi come metà del mondo
Leonardo Becchetti
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Il nuovo rapporto Oxfam lancia l’allarme sulla crescita delle diseguaglianze mondiali della ricchezza con dati drammatici. Quello forse più impressionante è che basta mettere assieme le fortune dei 62 uomini più ricchi del mondo (nel 2010 ce ne volevano 388) per arrivare alla ricchezza cumulata dei 3,6 miliardi dei cittadini più poveri del pianeta. Il problema sembra dunque aggravarsi invece che ridursi, visto che i primi 62 hanno visto aumentare la propria ricchezza del 44% mentre la metà più povera dei cittadini del pianeta ha visto ridurre la sua del 41%. Questi dati sono la spia di un problema strutturale. Il modello capitalistico altamente finanziarizzato, nell’era della globalizzazione e in presenza di paradisi fiscali aumenta in maniera sproporzionata il potere contrattuale di pochi nella ripartizione della torta del valore creato.


Opportunità di delocalizzazione più finanziarizzazione ed evasione hanno consentito di trovare modi nuovi e sempre più efficienti di estrarre il massimo valore dai lavoratori, stimolando la concorrenza al ribasso, pagandoli il minimo possibile e non restituendone neanche una parte attraverso il fisco. E ciò spiega perché solo l’1% dell’aumento di ricchezza prodotto dopo il 2000 è andato al 50% più povero, mentre la metà dello stesso è stato appannaggio del top 1%. Se c’è un Dio (e chi scrive su questo giornale ovviamente ci crede) deve essere molto arrabbiato con l’umanità. Un po’ come lo sarebbe quel padre che vedesse uno dei suoi figli prendere per sé tutti gli averi di famiglia e non dividerli con gli altri fratelli che sono nel bisogno. Si dice che la diseguaglianza non è un male, perché è un premio e un incentivo al merito. Ma la realtà dei fatti è un’altra e gli studi scientifici indicano che non esiste alcuna possibile corrispondenza col merito che possa spiegare queste sperequazioni.


Al contrario lo scandalo del mondo in cui viviamo è che ci sono ancora centinaia di milioni, miliardi di persone in cerca di un’opportunità per soddisfare bisogni primari e accedere a credito, istruzione e realizzare i propri talenti. Eppure ci sono risorse in abbondanza per raggiungere quest’obiettivo. Il comodo alibi all’inerzia dei super-ricchi è la pseudo-teoria dello 'sgocciolamento'. Se i ricchi diventano più ricchi tutti ne beneficiano perché la ricchezza sgocciola a valle. Peccato che, come ha argutamente rilevato di recente il Nobel Joseph Stiglitz, «il denaro che doveva sgocciolare a valle è invece evaporato nel clima caldo e gentile dei paradisi fiscali di qualche isola tropicale». Né vale la scusa che i soldi dati ai poveri sarebbero sperperati. La storia che i ricchi sono più produttivi è una favola.


Gli studi sul microcredito documentano esattamente il contrario. Sono i progetti di chi senza garanzie accede per la prima volta al credito ad avere i tassi di rendimento più elevati. Sappiamo oggi abbastanza per avere individuato possibili destinazioni di queste risorse per promuovere pari opportunità e lotta alla povertà con altissimi rendimenti economici, ambientali e sociali. Un euro dei super-ricchi può essere sprecato nel casinò dell’alta finanza contribuendo ad aumentare la volatilità e il rischio di crisi finanziarie o moltiplicarsi per dieci per garantire finanziamenti a progetti di uscita dalla povertà o la capitalizzazione di banche etiche e solidali.


Non ci sono più alibi al nostro egoismo e alla nostra pigrizia. E all’azione delle istituzioni, perché la speranza dei poveri non può essere solo nella benevolenza dei ricchi. Dobbiamo votare col portafoglio per quelle imprese ed intermediari illuminati che perseguono con maggiore lucidità questo ideale. E dobbiamo eleggere rappresentanti che promuovano politiche di creazione di valore economicamente, socialmente ed ambientalmente sostenibile fondate sulla progressività fiscale. Ridurre queste enormi diseguaglianze della ricchezza è l’urgenza di tutti se vogliamo disinnescare le fonti di futuri conflitti. Oxfam indica tra le direttrici di azione più importanti quella di salari minimi mondiali che evitino la corsa al ribasso sui diritti e sulla remunerazione del lavoro, politiche di prezzo sui farmaci che li rendano accessibili ai meno abbienti e una fiscalità progressiva e che redistribuisca equamente gli oneri.


Ultimo, ma non meno importante, misure che riducano l’enorme potere politico delle lobby. Come è possibile infatti che in Paesi prevalentemente democratici i 3,6 miliardi non vincano le elezioni contro i 62? Il pericolo maggiore è che i super-ricchi abbiano talmente tanti soldi da poter orientare cultura e politica in modo tale da convincerci che questo stato di cose è il migliore dei mondi possibili.
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