Passa a livello superiore
Accesso
Commenti
Domani le elezioni per Parlamento e «saggi»
L'Iran senza sanzioni cerca un voto per resistere
Riccardo Redaelli
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print

​​​​
Banner-Iniziativa-Avvenire-Carita-Papa-300x125-TERZO.GIF​​​

La domanda che si pongono molti iraniani è che senso abbia andare a votare questo  venerdì 26 febbraio per eleggere i 290 membri del nuovo Parlamento ( Majlis) e gli 88 esperti di diritto islamico che siederanno nell’Assemblea degli Esperti per i prossimi otto anni. Perché queste elezioni sono state pressoché decise prima ancora del voto, dato che il Consiglio dei Guardiani della Rivoluzione – una sorta di potente Corte Costituzionale dominata dai conservatori – ha falcidiato la quasi totalità dei candidati riformisti o moderati.

Una scelta chiaramente voluta dal Leader supremo (rahbar), l’anziano e malato ayatollah Ali Khamenei, preoccupato che - sull’onda del compromesso nucleare raggiunto con l’Occidente dal governo del presidente moderato Hassan Rohani – si potesse aprire una nuova stagione riformista. Dopo le manifestazioni di piazza per i brogli elettorali in occasione delle elezioni presidenziali del 2009 - che portarono a una brutale repressione da parte dei pasdaran (le potenti milizie rivoluzionarie) – Khamenei ha scelto di evitare problemi: gli iraniani voteranno liberamente, dato che i candidati a lui invisi sono stati pressoché tutti esclusi dalle liste elettorali, in cui dominano conservatori e ultra-conservatori. 

Da qui un senso di inutilità, come già avvenuto in precedenti consultazioni elettorali iraniane. Ma non di meno, il variegato fronte dei moderati e dei pochi riformisti liberi di parlare sta cercando di mobilitare l’elettorato, in grande maggioranza schierato contro i conservatori, spingendolo a recarsi alle urne e a votare – turandosi il naso – per i 'meno peggio' e per i pochi riformisti sopravvissuti al vaglio preventivo. Votare questo venerdì, infatti, è importante per più motivi. Innanzitutto, un’alta partecipazione al voto potrebbe andare a svantaggio dei candidati ultraconservatori, legati all’ex presidente Ahmadinejad e ai segmenti più oscuri del Nizam (il 'sistema', come viene chiamato il regime di potere), facilitando così il compito del presidente Rohani. Il quale è forte di un consenso popolare 'nordcoreano' (secondo recenti sondaggi avrebbe il consenso di quasi il 90% degli iraniani), ma deve affrontare un parlamento a lui ostile. 

È importante che negli ultimi due anni del suo primo mandato possa contare su maggiori sostegni politici all’interno del nuovo Majles, dato che – chiuso l’accordo con la comunità internazionale – deve gestire il difficile rilancio di un’economia piagata dalle inefficienze, dalla corruzione e indebolita dalle passate sanzioni economiche.

Ma ancora più importante è votare per la scelta degli 88 'saggi' di questioni religiose e giuridiche che siederanno per otto lunghi anni nell’Assemblea degli Esperti. Un organo che è stato a lungo poco rilevante ma il cui controllo sta acquisendo – per motivi contingenti – un enorme valore politico. L’Assemblea, infatti, sceglie il Leader supremo (eletto a vita) e ne supervisiona gli atti. Dato il potere personale che ha acquisito nel tempo Khamenei (divenuto rahbar nel lontano 1989 alla morte di Khomeini), l’Assemblea aveva ben poco peso reale. Ma ora, con l’anziano leader sempre più malato, il suo ruolo è cruciale. Con tutta probabilità sarà infatti questa Assemblea a dover trovare il successore (o i successori) di Khamenei.

Per questo, la magistratura religiosa ha operato senza alcuna remora per ridurre al massimo i rischi politici: molte candidature sono state rigettate, fra cui quella del religioso sciita Hassan Khomeini, nipote del fondatore della Repubblica islamica iraniana. Un’esclusione clamorosa, che ha spinto anche il potente ex presidente (in realtà ex 'quasi tutto', data la pluralità di cariche ricoperte) Rafsanjani a protestare, accusando apertamente gli ultra-conservatori e i pasdaran di eccessivo potere. Del resto, l’anziano ayatollah Akbar Hashemi Rafsanjani non fa mistero di avere ambizioni come futuro rahbar. Ambizioni che difficilmente troveranno risposte, sia per la sua età sia perché inviso agli ultra-conservatori.

La partita sulla futura composizione dell’Assemblea degli Esperti, per quanto manipolata preventivamente, rimane comunque molto importante. Perché oggi il potere di Khamenei gli consente di giocare con le diverse correnti del frazionato e litigioso sistema di potere post rivoluzionario iraniano, mettendole una contro le altre e facendo pendere il pendolo politico ora di qua ora di là. Ma la sua scomparsa priverebbe il sistema di questo centro di gravità politico, con il rischio di una deflagrazione politica. Non a caso, vi è chi – dentro e fuori l’Iran – pensa a un possibile comitato quale nuovo rahbar: non più una sola persona, bensì un gruppo ristretto di tre persone che permettano di mantenere un equilibrio fra le fazioni.

Anche se il rischio maggiore, paventato dai riformisti, è che la scomparsa di Khamenei (pur da essi detestato), spiani la strada ai pasdaran per una trasformazione de facto della Repubblica islamica da teocrazia sciita a dittatura militare. Le guardie della rivoluzione, con il tempo, sono divenute ben più di un corpo paramilitare: sono ormai uno stato nello stato, che controlla politici, ministeri, l’intelligence, le telecomunicazioni e ampi settori dell’economia. Durante il periodo delle sanzioni internazionali si sono ulteriormente rafforzati, con una miriade di società economiche e commerciali che operano senza regole, gestendo somme enormi. Pur divisi al loro interno, i vertici dei pasdaran non vogliono la normalizzazione dell’Occidente, dato che in un Iran normale il loro potere verrebbe certamente a ridursi.
 
Khamenei ha imposto loro di subire il compromesso nucleare voluto dal presidente Rohani; dovesse mutare lo scenario – ci si chiede – chi avrà la forza di resistere alle loro pressioni? Da qui la campagna per convincere gli iraniani a votare, cercando di far eleggere il maggior numero di moderati e conservatori pragmatici possibile nei due organi costituzionali. Nel Majlis, in particolare, a Rohani – che non è un riformista e che ha ottimi legami anche con le frange più moderate delle agenzie di sicurezza – basta poter contare su di un blocco conservatore moderato su cui far leva per attuare la sua politica centrista.

Che è probabilmente molto meno di quanto vorrebbe la maggioranza degli iraniani, esasperati dalla crisi economica, dalla corruzione e dalle vessazioni quotidiane del regime. Ma che è sicuramente il massimo – e Rohani lo sa bene – che si possa ottenere in un quadro politico così frammentato, in cui i conservatori – minoranza nel Paese – dominano quasi ogni centro di potere e detengono tutti gli strumenti coercitivi (dalla magistratura alle forze di polizia, all’intelligence).
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza