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L’importanza della legge sullo «ius culturae»
La scuola come fonte di cittadinanza
Marco Impagliazzo
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La questione migratoria è affrontata oggi in Italia con maggiore realismo. Le immagini drammatiche di migliaia rifugiati in fuga dalla guerra, ma anche i dati sul positivo impatto produttivo e demografico della presenza degli immigrati in Italia, non ci lasciano inerti e bloccati in visioni irrealiste. Un segno è l’approvazione alla Camera della riforma della legge in materia di acquisizione della cittadinanza. Si sono aggiornate norme pensate quando l’Italia era ancora solo marginalmente Paese d’immigrazione, per sanare l’ambigua situazione di quella 'seconda generazione' che, pur non essendolo  de iure,  è e si considera italiana in tutto e per tutto. Chi, in questi anni, si è fatto interprete delle esigenze di migliaia di giovanissimi che aspiravano alla normalizzazione della loro posizione, chi ha lavorato per l’integrazione di quanti contribuiscono alla nostra crescita produttiva, al nostro progresso civile, non può che gioirne. E sperare che il testo licenziato dalla Camera sia presto approvato dal Senato. La nuova legge – se ne è parlato anche su 'Avvenire' – è sfuggita alla tenaglia ius sanguinis-ius soli, per approdare a un’interpretazione originale della questione 'cittadinanza' che fa perno sul concetto che già l’allora ministro per l’Integrazione Andrea Riccardi aveva definito di
ius culturae. 

È italiano non solo chi è nato tale, ma anche chi lo diventa. E lo si diventa, tra l’altro, frequentando regolarmente, per almeno cinque anni, uno o più cicli presso istituti del sistema nazionale d’istruzione. La cittadinanza diviene un processo in cui la nostra lingua, la nostra tradizione culturale, il nostro umanesimo, forgiano un individuo rendendolo indistinguibile, se non per il cognome e forse per i tratti somatici da tanti altri concittadini. È impressionante vedere come a scuola bambini, ragazzi, adolescenti figli di stranieri, vivano già da italiani, parlino già da italiani, sognino già da italiani. 

La riforma della cittadinanza pone la scuola al centro del processo di formazione dell’identità nazionale e, così facendo, non solo rende giustizia al lavoro appassionato di decine di migliaia di lavoratori dell’istruzione, ma continua quella 'mission' che la scuola medesima ha sempre avuto, nel nostro giovane Stato: 'fare gli italiani'. Alla scuola è riconosciuta quella centralità che dimostra giornalmente nel tessere connessioni e conoscenze nel vivo del contesto sociale, quella centralità che lo stesso presidente Mattarella ha di recente voluto sottolineare insignendo di onorificenze prestigiose diversi insegnanti o ex insegnanti. 

Mi sono andato a rileggere alcune tra le pagine iniziali del libro 'Cuore'. Il protagonista, Enrico annota sul suo diario: «Ottobre 22, sabato - Ieri sera entrò il Direttore con un nuovo iscritto, un ragazzo di viso molto bruno, coi capelli neri, con gli occhi grandi e neri, con le sopracciglia folte e raggiunte sulla fronte, tutto vestito di scuro. Allora il maestro gli prese una mano, e disse alla classe: - Voi dovete essere contenti. Oggi entra nella scuola un piccolo italiano nato […] a più di 500 miglia di qua. Vogliate bene al vostro fratello venuto di lontano. Egli è nato in una terra gloriosa, […] abitata da un popolo pieno d’ingegno, di coraggio. Vogliategli bene, in maniera che non s’accorga di esser lontano dalla città dove è nato; fategli vedere che un ragazzo italiano, in qualunque scuola italiana metta il piede, ci trova dei fratelli. Derossi abbracciò il calabrese, dicendo con la sua voce chiara: Benvenuto! - e questi baciò lui sulle due guancie, con impeto. Tutti batterono le mani. Silenzio! - gridò il maestro, - non si batton le mani in iscuola! Ma si vedeva che era contento. Anche il calabrese era contento». Roba di un secolo e mezzo fa? Quanti ragazzi un po’ più bruni della media la scuola accoglie anche oggi con dedizione, come il piccolo calabrese di fine Ottocento? 

Sì, la scuola ha contribuito a farci sentire tutti italiani, la scuola ci ha resi italiani, fratelli d’Italia dalle Alpi a Lampedusa. Ma quel processo non è finito, continua nell’oggi, generando nuovi figli dell’idioma di Dante, nuovi eredi dell’umanesimo di Manzoni, nuovi cittadini di una Repubblica fondata su valori di civiltà e di solidarietà.

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