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Il Papa a Greccio
La «forma» dell'essenziale
Stefania Falasca
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Non ha detto niente. Ed è andato. Non voleva, per la verità, che si sapesse. Per lasciare che la sua visita a Greccio – pensata per questo tempo di Natale giubilare – in quel cantuccio selvatico, nascosto e amato dal Povero d’Assisi, conservasse tutta la sua semplicità, la semplicità nel silenzio di una preghiera personale, intima. Lì dove san Francesco volle rivivere nel presepe l’amore infinito, giunto a rivestirsi della nostra carne mortale per essere fonte di perdono e di vita nuova. Francesco è sceso in quella grotta scavata nella roccia, ha baciato commosso il piccolo altare sul masso che servì da mangiatoia nella francescana rappresentazione vivente della Natività, e si è fermato senza dire una parola davanti agli affreschi di scuola giottesca della Madonna che allatta il Bambino e del presepe di Greccio.

La cronaca degli istanti riferita del padre guardiano del santuario, nella sorpresa trattenuta del momento, ci fa quasi vedere come papa Francesco ha voluto poi percorrere l’ambiente umile addossato alla nuda roccia dove riposava il santo insieme ai suoi primi fratelli, la piccola cappella, le celle di legno dei frati fatte poi costruire successivamente sopra l’originario dormitorio. Francesco ha attraversato in una manciata di tempo questo luogo nudo, che nella sua sobria essenzialità racconta anche tutto degli ultimi e non facili anni del santo vissuti pienamente «secondo la forma del santo Vangelo», come scrive nel suo testamento. Greccio è per così dire uno spazio evocativo di questa 'forma' che attraversa i secoli e chiama ancora oggi. 'Forma' che il primo Papa di nome Francesco ha impresso alla 'santa Chiesa romana' di oggi. Proprio Tommaso da Celano, nella sua biografia del santo, nota come Vita Prima, spiega il senso di quella sacra rappresentazione natalizia voluta da san Francesco nel 1223 dopo il suo ritorno dalla Terra Santa: «In quella scena si onora la semplicità, si esalta la povertà, si loda l’umiltà».

E ancora Tommaso da Celano scrive riferendosi alla vita del Poverello: «La sua aspirazione più alta, il suo desiderio dominante, la sua volontà più ferma era di osservare perfettamente e sempre il santo Vangelo e di imitare fedelmente con tutta la vigilanza, con tutto l’impegno, con tutto lo slancio dell’anima e del cuore la dottrina e gli esempi del Signore nostro Gesù Cristo. Meditava continuamente le parole del Signore e non perdeva mai di vista le sue opere. Ma soprattutto l’umiltà dell’Incarnazione e la carità della Passione aveva impresse così profondamente nella sua memoria, che difficilmente gli riusciva di pensare ad altro». E «a questo proposito – afferma sempre il biografo – è degno di perenne memoria e di devota celebrazione quello che il Santo realizzò tre anni prima della sua gloriosa morte, a Greccio, il giorno del Natale del Signore... Lui stesso assaporò una consolazione mai gustata prima». Francesco parlò al popolo, e con parole dolcissime rievocò «il neonato Re povero e la piccola città di Betlemme, 'il Bambino di Betlemme', e ogni volta che diceva 'Bambino di Betlemme' o 'Gesù', passava la lingua sulle labbra, quasi a gustare e trattenere tutta la dolcezza di quelle parole.

Vi si manifestarono con abbondanza i doni dell’Onnipotente, e uno dei presenti, ebbe una mirabile visione. Gli sembrò che il Bambinello giacesse privo di vita nella mangiatoia, e Francesco gli si avvicinò e lo destò da quella specie di sonno profondo. Né la visione discordava dai fatti, perché, per i meriti del Santo, il fanciullo Gesù veniva risuscitato nei cuori di molti, che l’avevano dimenticato, e il ricordo di lui rimaneva impresso profondamente nella loro memoria». Papa Francesco prima di scendere le scale di pietra verso la grotta si è intrattenuto brevemente a sorpresa in un meeting di ragazzi radunati presso il santuario. E con la consueta familiarità ha detto loro poche parole che sono il succo di questa speranza nell’anno della misericordia: «Lo splendore del palazzo di Erode era grande... Ma i Magi sono stati furbi perché si sono lasciati guidare dalla stella che li ha portati al Bambino... Vi auguro che la vostra vita sia accompagnata sempre da questi due segni che sono un dono di Dio: che non vi manchi la stella, che non vi manchi l’umiltà di scoprire Gesù nei piccoli, nei poveri, in quelli che sono scartati nella società e nella propria vita».
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