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Il deficit di democrazia in Europa, la priorità dopo l'emergenza spread
Il ritorno del buon senso
Leonardo Becchetti e Giancarlo Marini
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Dopo tanto tempo sprecato, il buon senso sembra essere tornato e speriamo che il cambiamento di rotta segni la fine della condotta suicida della politica economica europea degli ultimi anni. La nostra opinione più volte espressa che la medicina del rigore sfrenato non cura ma uccide il malato è identica a quella recentemente formulata da Paul Krugman sulle colonne del New York Times, dove il rigore europeo è paragonato alla pratica medioevale del salasso a oltranza come cura infallibile e indiscutibile per i malati, fino a provocarne la morte.

La riprova che nonostante tutto la Bce può salvare l’euro la abbiamo avuta in maniera inequivocabile la scorsa settimana quando a seguito del discorso del presidente Mario Draghi sull’«irreversibilità» dell’euro i tassi di interesse sui titoli a due anni sono diminuiti in Italia e Spagna, rispettivamente, di 330 e 480 punti base. Questa mossa e la fermezza nelle dichiarazioni di sostegno «convenzionale e non» dell’euro dalla scorsa estate a oggi testimoniano che Draghi sembra essere riuscito a costruire il consenso in Bce attorno alla consapevolezza che l’irrazionalità a breve dei mercati finanziari deve essere governata.

Profetiche risuonano a questo proposito le parole che Tommaso Padoa Schioppa scrisse pochi giorni prima della sua improvvisa scomparsa nel dicembre del 2010 al primo ministro greco George Papandreou, e pubblicte il 18 dicembre scorso dal 'Corriere della Sera': «Per il momento il motore della crisi non è il malcontento popolare, né il disagio sociale, bensì la furia dei mercati finanziari che detta i tempi e i contenuti delle decisioni politiche in un modo che non ha assolutamente precedenti. Anche quando sbaglia nel giudicare le azioni e le intenzioni dei leader politici, la forza travolgente del mercato impone la propria volontà e può generare quelle catastrofi che vorrebbe scongiurare». Significativo anche che in quella stessa nota Padoa Schioppa proponesse una tassa sulle transazioni finanziarie e sulle emissioni di CO2 per rilanciare il bilancio dell’Unione.

La confortante e tempestiva mossa della Bce fa eco all’altrettanto confortante annuncio della Fed di perseguire una politica monetaria ancora più diretta alla stabilizzazione dell’economia reale, diminuendo l’enfasi sul perseguimento di obiettivi di bassa inflazione a ogni costo. Il vero problema, come opportunamente sottolineato da Ben Bernanke, è la disoccupazione e di conseguenza la condotta della politica monetaria sarà fortemente anticiclica. Anche qui si tratta di una svolta fondamentale perché, sebbene la Banca centrale Usa si sia sempre caratterizzata per una maggiore attenzione all’economia reale, una concentrazione esplicita sull’obiettivo di un livello di disoccupazione non troppo elevato rappresenta una 'accelerazione'. Accelerazione dettata dal fatto che, se le politiche fiscali hanno meno gradi di libertà con i debiti pubblici elevati, la politica monetaria deve necessariamente allargare l’ambito della propria azione.

Adesso bisognerebbe 'accelerare' gli interventi sui mercati dei titoli a lungo termine al fine di abbattere definitivamente lo spread, che, oltre ai costi diretti sulle casse statali, comporta distorsioni inaccettabili nell’economia reale dovute all’iniquo accesso al credito per le imprese, causato dall’assurda forbice nei tassi d’interesse a seconda dell’area geografica in cui si trovano a operare. Questa situazione non è più sostenibile in un’unione monetaria come quella europea. Il timore è che ancora una volta l’accelerazione voluta dalla Bce venga frenata dalla lentezza della politica. I costi più elevati della politica sono infatti i colpevoli ritardi decisionali spesso esclusivamente dovuti a motivi elettorali. Dover attendere l’esito delle elezioni tedesche prima di poter eliminare le storture nei mercati del credito e riformare in maniera seria e coerente il Fiscal Compact in modo da sradicare lo scetticismo dei mercati finanziari sulla sostenibilità dell’euro è una prospettiva tanto probabile quanto inaccettabile.

Auspichiamo perciò che anche il dibattito politico interno si svolga nella consapevolezza che la priorità assoluta è quella di influire nella necessaria revisione istituzionale e politica della governance europea, riducendo l’attuale ed evidente deficit di democrazia. Questo serve, e non illudersi di poter ancora puntare su poteri sovrani nazionali che, di fatto, non esistono più.
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