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L'ospite
Io, atea, femminista e comunista, contraria al mercato di gameti
di Luciana Piddiu
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Sull’uso ideologico e strumentale del linguaggio Gentile direttore, si può dire che non c’è bisogno di essere credenti per essere contrari alla maternità surrogata? Posso dire che anch’io, atea, femminista e comunista libertaria, sono fieramente contraria al mercato di gameti ed embrioni delocalizzati in qualche utero affittato?


Il fatto che il linguaggio usato per indicare queste pratiche parli di amore insopprimibile per i bambini, di 'famiglie arcobaleno' armoniose e prive di problemi, di donne altruiste che, per pura generosità, mettono a disposizione di chi lo voglia il loro corpo fecondo, non fa che confermare l’uso ideologico e strumentale del linguaggio. Invece di dire il mondo e di rappresentarlo, lo lava, lo sbianca, lo nasconde nella sua cruda complessità per portare acqua al mulino del nuovo conformismo.


Non si deve parlare dei bombardamenti ormonali che devastano il corpo delle donatrici, costrette a donare fino a quaranta ovociti per volta, in anestesia generale; né tantomeno delle tariffe delle madri surrogate, ben differenziate fra Paesi ricchi e Paesi poveri: bastano 40.000 euro per un utero ucraino, ma se si desidera un utero americano il prezzo lievita fino a 120.000 dollari. Per chi vuole il low-cost c’è sempre l’India o il Bangladesh, che si offrono a prezzi stracciati. Per quanto mi riguarda diversi sono gli scogli insuperabili: uno è rappresentato da quella massima della morale kantiana che suona così: «Agisci in modo da trattare l’umanità, sia nella tua persona sia in quella di ogni altro, sempre come fine e mai semplicemente come mezzo». Credo che non ci sia bisogno di illustrare il significato e le implicazioni di questo principio nella questione di cui stiamo parlando.


Trattare il proprio corpomente come capitale da sfruttare raccontandosi la favola bella dell’amore che oggi ci illude, è il segno tangibile che il pensiero e la capacità di riflessione sono diventati un lusso, che non ci si può più permettere: il tempo stringe, il bisogno di riprodursi incalza e quindi ben venga la tecnologia che ci consente di superare ogni ostacolo…


E qui sta il secondo scoglio: la con-fusione tra desiderio, questo sì legittimo e connaturato alla dimensione simbolica dell’essere umano, e bisogno, che attiene alla sfera della necessità. Questo movimento regressivo dal desiderio al bisogno determina l’aporia successiva: il passaggio dal registro dell’essere a quello dell’avere. Il legittimo desiderio di essere madri o padri, che si può benissimo soddisfare senza bisogno di generare, si trasforma nel bisogno di avere un bambino, ridotto quest’ultimo alla stregua di un prodotto-merce di cui si rivendica il 'diritto'. Si pretende dallo Stato la cancellazione ufficiale nei documenti di identità dei soggetti che hanno contribuito alla generazione. Si cancella dalla scena del concepimento l’altro da sé, la differenza sessuale, rivendicando come diritto di uguaglianza l’attestazione in un atto pubblico di un falso: non si nasce da due uomini come non si nasce da due donne. Duro da accettare ma è così. Ma lo scoglio più arduo da superare è tuttavia un altro. Riguarda il nascituro.


Poiché la gravidanza non è solo un passaggio in un contenitore biologico indifferentemente intercambiabile ma «è un momento di una storia complessa nella quale la madre nel suo rapporto biologico e psichico con il feto, dialoga fisiologicamente, emotivamente e razionalmente con il bambino, reale e ideale, trasmettendogli, che lo voglia o no, il senso della propria elaborazione conscia e inconscia, dei suoi rapporti con i suoi genitori (interni e reali), e con le aspettative sul futuro» (sono debitrice all’amico neuropsichiatra infantile G. Giordo di questo virgolettato.) che si ammetta o no quel nato di donna verrà comunque plasmato da quella gravidanza.


A quel bambino che chiederà da grande “da dove viene” si potrà raccontare una bugia o semplicemente omettere la verità, ma lo si priverà di un diritto fondamentale, quello di conoscere la sua radice storica, spezzando così il filo che lo lega alle varie generazioni, dalle quali, magari, potrebbe prendere le distanze se ne avesse conoscenza. Questo prodotto, così ben confezionato per soddisfare il bisogno di consumo degli acquirenti, realizza e invera la dichiarazione della dea Atena la quale, essendo nata dalla testa del padre Zeus, può affermare, spavaldamente, che lei è la prova vivente che non c’è bisogno alcuno della madre. Sarà un caso che Atena è la dea della guerra, o una conseguenza della cancellazione del materno?
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