sabato 20 dicembre 2014
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Chi inquina non paga. Bussi come Casale Monferrato. Ancora assoluzioni, ancora, soprattutto, prescrizioni. Troppi anni per giungere a una sentenza, troppo difficile dimostrare le responsabilità, troppo basse le pene previste, troppo brevi i tempi di prescrizione. Il risultato è, appunto, che chi inquina non paga. Per l’amianto e per la più grande discarica illegale d’Europa, più di 25 ettari, mezzo milione di tonnellate di veleni. Ancora prima per tanti processi nella 'terra dei fuochi' o per le interminabili emergenze rifiuti in Campania. E, sempre ieri, per la Marlane, la 'fabbrica della morte' di Praia a Mare in Calabria. E questo avviene mentre da dieci mesi è bloccato al Senato un provvedimento che impedirebbe questi incredibili e ingiusti risultati processuali. Una vera vergogna per la Giustizia, quella con la G maiuscola, quella che deve non solo scoprire e colpire i responsabili, ma soprattutto dire con chiarezza che non può esistere un’impunità, in particolare quando quello che è in gioco è la vita delle persone. Lo era per la vicenda Eternit col suo fiume di morti. Lo è per la vicenda Bussi che ha visto un fiume, il Pescara, riempirsi di mortiferi veleni. E invece nessun colpevole, anche se i responsabili sono chiarissimi. Anche se gli effetti sono davanti agli occhi di tutti: quell’enorme discarica piena di sostanze pericolose, riempita illegalmente e gestita illegalmente, come scoprirono nel 2007 i bravi investigatori del Corpo forestale dello Stato. Inchiesta difficile e processo ancor più complesso, come tanti in materia ambientale fatti a colpi di consulenze. E intanto il tempo scorre, lentamente ma inesorabilmente, come il pestilenziale percolato della discarica. Il tutto favorito da norme vecchie, non adatte all’evoluzione dei comportamenti illeciti.  Spesso imprecise, di difficile dimostrazione. Perché non esistono ancora veri reati ambientali, i cosiddetti 'ecoreati'. Chi inquina oggi corre il rischio al massimo di incappare in una contravvenzione, poco più che per un divieto di sosta. E così i magistrati provano ad applicare altre norme come l’avvelenamento delle acque, reato più legato al settore alimentare che a quello ambientale. Ma, come nel caso di Bussi, l’obiettivo è difficilissimo da raggiungere. Non meno difficile è dimostrare il disastro ambientale. In particolare quello doloso, cioè volontario. Un reato che è frutto più dell’interpretazione dei magistrati che di una precisa norma. «È come il concorso esterno in associazione mafiosa», ci spiegava ieri Aldo De Chiara, a lungo a capo del pool reati ambientali della Procura di Napoli. E allora succede spesso che, come nel caso abruzzese, la Corte derubrica il reato da doloso a colposo. E qui cade la mannaia della prescrizione che scatta per questo tipo di reato dopo 7 anni e mezzo. Bussi ci cade in pieno e i giudici non hanno potuto fare altro che applicarla. Insomma, reati inefficaci e prescrizione breve, un terribile connubio.  Al punto che il 70-80% dei processi di questi tipo finiscono prescritti. Proprio su questo vuole intervenire il disegno di legge approvato quasi all’unanimità a febbraio alla Camera e fermo ancora oggi in un 'balletto' tra commissione Ambiente e Giustizia del Senato, bloccato soprattutto dalle pressioni delle lobby industriali che lo considerano eccessivo. Ma anche evidentemente dalla sottovalutazione dei senatori dell’urgenza della sua approvazione. Col risultato che nessuno paga. Mentre il provvedimento fermo a Palazzo Madama, introducendo finalmente i reati ambientali nel Codice penale, aumentando le pene e raddoppiando di fatto i termini di prescrizione, permetterebbe finalmente di far pagare chi inquina. Pochi giorni fa 25 associazioni ambientaliste, del mondo agricolo e del volontariato, hanno presentato un appello al Senato per un rapida approvazione. Il ministro della Giustizia, Andrea Orlando conferma ad Avvenire «l’impegno del governo a sollecitare le commissioni». E allora lo si approvi davvero e in fretta. Senza ulteriori rinvii, senza scuse e nuovi distinguo, senza inscusabili dilazioni. Che ora più che mai non avrebbero alcun motivo di proseguire. Perché finalmente chi inquina paghi. Per evitare che ancora una volta la giustizia finisca in discarica. 
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