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Peggiora la situazione delle minoranze
Egitto, cristiani meno sicuri sotto al-Sisi
Federica Zoja
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L’Occidente, forse più per necessità di arginare il fondamentalismo che per convinzione, ha chiuso entrambi gli occhi sull’arrivo al potere del generale Abd Fattah al-Sisi in Egitto, nel 2013, con l’arresto del presidente eletto Morsi. Il nuovo uomo forte garantisce infatti la stabilità nel Paese nordafricano, in un contesto regionale burrascoso in cui l’islamismo armato ha buone chances di riuscita; in quel contesto si riteneva che, come accadeva con Mubarak, la minoranza cristiana copta fosse maggiormente protetta dalle discriminazioni. Sul primo punto, dopo la brutale uccisione del ricercatore italiano Giulio Regeni, finalmente la stampa internazionale può scavare, facendosi portavoce di una domanda che esige una risposta: qual è il prezzo che una società può tollerare in nome della solidità dello Stato? Poi c’è il secondo punto, quello su cui per ora tutti nicchiano, anche i cristiani espatriati in Europa, convinti che al-Sisi sia ancora la soluzione migliore. Ma nell’Egitto di oggi i cristiani stanno meglio di prima oppure si tratta di un trompe-l’oeil governativo? È sufficiente incrociare numeri, rapporti e dati di varia provenienza per avere un quadro diverso rispetto a quello fornito dal Cairo e veicolato dai mezzi di comunicazione più o meno ufficiali.
 
omenica 15 febbraio, nella città egiziana di Minya 150 cittadini copti si sono riuniti per ricordare i 21 confratelli decapitati un anno fa dai jihadisti dello Stato islamico su una spiaggia libica. Gli stessi hanno contestualmente protestato per i continui rapimenti di concittadini copti, un fenomeno che interessa tutto l’Egitto. Ciò si verifica sotto la presidenza del generale al-Sisi, non del fratello musulmano Mohammed Morsi. Di fronte al palazzo dell’amministrazione provinciale di Minya, i manifestanti hanno chiesto notizie della scomparsa di una 18 enne copta, l’ennesima 'desaparecida' di un sistema in cui violenza e sopruso spesso hanno il sopravvento sulla legge. La ragazza veniva da Samalot. La notizia è stata segnalata dall’Independent omenica 15 febbraio, nella città egiziana di Minya 150 cittadini copti si sono riuniti per ricordare i 21 confratelli decapitati un anno fa dai jihadisti dello Stato islamico su una spiaggia libica. Gli stessi hanno contestualmente protestato per i continui rapimenti di concittadini copti, un fenomeno che interessa tutto l’Egitto. Ciò si verifica sotto la presidenza del generale al-Sisi, non del fratello musulmano Mohammed Morsi. Di fronte al palazzo dell’amministrazione provinciale di Minya, i manifestanti hanno chiesto notizie della scomparsa di una 18 enne copta, l’ennesima 'desaparecida' di un sistema in cui violenza e sopruso spesso hanno il sopravvento sulla legge. La ragazza veniva da Samalot. La notizia è stata segnalata dall’Independent catholic news, organo di informazione della comunità copta egiziana negli Stati Uniti. In patria, infatti, la censura sui mezzi di comunicazione è sempre più stringente: secondo Amnesty International e Human Rights Watch, nel mirino del governo c’è innanzitutto ciò che riguarda tensioni interconfessionali e libertà religiosa. Seguono libertà politica, sessuale, ruolo dell’Esercito nell’economia del Paese, condizioni dei detenuti, tortura e repressione nei confronti della Fratellanza musulmana. E ovviamente la guerra nel Sinai settentrionale, contro i jihadisti del Daesh.

Spiega il quotidiano online Christian Post: «In Egitto, i cristiani copti sono spesso rapiti e trattenuti in ostaggio finché non viene pagato per il loro rilascio un riscatto, quantificato sulle effettive possibilità della famiglia». Altre volte, invece, gli ostaggi sono uccisi. Capita anche che i cristiani siano costretti a difendere le proprietà di famiglia, ambite da un vicino, di fronte a un giudice musulmano. In novembre, disperando nella giustizia, un sacerdote copto si è rivolto direttamente al presidente affinché non fosse demolita la 'sua' chiesa. L’agenzia internazionale Associated Press segnala un aumento consistente degli episodi anti-cristiani. In particolare, si stanno moltiplicando le denunce per blasfemia. È di giovedì la condanna a cinque anni di carcere per quattro studenti cristiani (uno minorenne) accusati, abbastanza incredibilmente, di essersi presi gioco dell’islam; a un loro insegnante, già riconosciuto colpevole, sono stati inflitti tre anni di prigione, e ora il docente è libero su cauzione in attesa dell’appello. Il caso appare grottesco: un anno fa, durante una gita scolastica, i quattro con il telefonino girarono un video facevano la parodia dei jihadisti dello Stato islamico e, in particolare, il rituale delle decapitazioni di infedeli. Blasfemi, insomma. Alla vigilia, il loro legale si era detto «non molto fiducioso» (Open Doors, piattaforma informativa sulle discriminazioni di cui sono vittime i cristiani nel mondo). La sentenza ha confermato il pregiudizio verso i cristiani.

Dopo il colpo di Stato militare contro la dirigenza islamista di Morsi, avvenuto il 3 luglio 2013, per alcuni mesi i cristiani sono stati vittime della vendetta dei sostenitori della Fratellanza, perché considerati complici del rovesciamento politico. L’aperta presa di posizione del patriarcato copto ortodosso accanto ad al-Sisi – un comportamento inedito nella storia recente della minoranza in Egitto – ha esposto i cristiani a rappresaglie furibonde. Ma quasi tre anni dopo il golpe, con l’intera dirigenza islamista in carcere e la confraternita ridotta all’ombra di se stessa, è difficile credere che le violazioni dei diritti degli egiziani di fede cristiana, il 10% della popolazione, non possano essere punite, ridotte, prevenute. Il copione riferito dai testimoni è lo stesso dei tempi di Hosni Mubarak: la polizia, anche quando presente, non interviene a favore dei cristiani.

Nel frattempo, si moltiplicano le segnalazioni di cittadini convertiti 'giustiziati' dai familiari musulmani. È di poche settimane fa la notizia dell’omicidio di Marwa Ahmed, 26 anni, moglie di un coetaneo cristiano e madre di due bambini. Convertitasi alla fede del marito al momento del matrimonio, Marwa è stata sgozzata a Tamiyyah, sua cittadina d’origine, dove si trovava in vacanza (viveva ad Alessandria d’Egitto). Uno zio ha voluto lavare così la vergogna di una nipote apostata. L’intero nucleo familiare di Marwa è stato poi obbligato dalla polizia di Tamiyyah ad abbandonare la città: secondo la testata MidEast Christian News, al padre della vittima è stato imposto di svendere le sue proprietà nell’arco di 10 giorni, pena il sequestro. Illuminante, per mettere insieme i pezzi di un puzzle mascherato dalla politica, il contributo del sito Internet Ish-had, dedicato agli «attacchi settari in Egitto», 355 dall’agosto del 2013. La tipologia dei soprusi è completa: attentati con ordigni esplosivi, roghi, percosse e violenze sessuali, rapimenti, decapitazioni, arresto e detenzione ingiustificata, procedimento giudiziario senza tutela legale, demolizione degli immobili di proprietà, conversione forzata, trasferimento forzato, mobbing. Stanno peggio i cristiani di Assiut, Minya, Sohag. Male anche quelli di Fayyum. Delle medesime aggressioni sono vittime anche i baha’i, gli ebrei, i musulmani sciiti, gli atei.

Ecco un altro caso recente, quello di Medhat Ishak, 35 anni, copto della provincia di Minya, fermato la scorsa estate per aver mostrato una Bibbia a un concittadino musulmano, in coda come lui in un centro commerciale. Da allora un giudice continua a rinnovargli la detenzione preventiva. L’accusa, intanto, si è trasformata: da proselitismo ad evangelizzazione fino a blasfemia e, infine, insulto all’islam. Lo stesso è successo ad alcuni adolescenti, i cui zaini, perquisiti, sono risultati contenere pubblicazioni cristiane «nel mese di Ramadan» ( Morning Daily News). «La Chiesa rispetta l’indipendenza del sistema giudiziario, ma crede che la vita sia un diritto inviolabile e si oppone alla pena di morte», ha ribadito di recente Anba Kyrillios William, vescovo della comunità copta cattolica di Assiut, di fronte al dilagare delle sentenze di morte per i dissidenti politici, in gran parte islamisti, ma non solo. Una presa di posizione che evidenzia qualche incrinatura nella luna di miele con le autorità. D’altronde, il sillogismo è lapallissiano: gli egiziani non stanno meglio di 5 anni fa. E i cristiani copti sono egiziani.
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