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Soldi ai partiti e peso delle lobby
Democrazia dei diseguali?
Leonardo Becchetti
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Colpisce il silenzio disattento (o interessato?) sulle insidie della nuova legge sul finanziamento dei partiti. Eppure l’approfondita inchiesta a puntate sviluppata sulle pagine di questo giornale le sta mettendo inesorabilmente in luce. Dopo la cornucopia degli anni passati che ha portato troppi soldi pubblici nelle casse dei partiti, la crisi del debito e la pressione dell’opinione pubblica (la cui volontà per l’abolizione del finanziamento pubblico si era chiaramente manifestata anche in un referendum) hanno favorito una graduale riduzione di quei contributi che, con la nuova legge (la n.13 del 21 febbraio 2014), sono destinati a diminuire fino a sparire nel 2017 per essere sostituiti dalla donazione volontaria del 2 per mille dell’Irpef da parte dei contribuenti. Si stima che, stante l’attuale clima "anticasta", solo poco più della metà degli iscritti ai partiti donerà. Il canale delle donazioni di privati previsto dalla legge diventa dunque sempre più importante. E, come "Avvenire" ha dettagliatamente spiegato, da questo punto di vista, le nome prevedono un tetto massimo di 100mila euro per ciascuna donazione (facilmente aggirabile con donazioni multiple) e, sorprendentemente, si distrae sul problema della trasparenza e della pubblicità, stabilendo che i contributori non hanno l’obbligo di rivelare la propria identità a meno che non intendano usufruire della deducibilità fiscale del contributo.

Questo dettaglio fondamentale della nuova normativa è in totale controtendenza rispetto a quanto avviene negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in diversi Paesi europei come Austria e Germania dove esiste l’obbligo di trasparenza sopra i 50 dollari, sterline o euro. Alcune recenti evidenze dagli Stati Uniti (dove pure l’obbligo di pubblicità esiste e le organizzazioni della società civile sono molto attive nel monitorare i comportamenti dei parlamentari) dimostrano che il predominio del finanziamento privato produce effetti indesiderati. In un recente lavoro pubblicato su una delle maggiori riviste scientifiche di economia (il Journal of Economic Perspectives) nel 2013 Adam Bonica Nolan McCarty, Keit. Poole e Howard Rosenthal si pongono una domanda molto interessante: perché la democrazia non ha rallentato il crescere delle diseguaglianze? («why democracy hasn’t slowed rising inequality?»).

La sostanza della loro rigorosa analisi empirica è sintetizzata in un dato. Il 40% dei contributi elettorali nelle elezioni federali americane proveniva nel 2012 da un’esigua minoranza (l’uno per diecimila dei più ricchi) con effetti e influenze sull’attività politica degli eletti che possiamo immaginare. Nel 1980 la stessa quota era inferiore al 10%. L’enorme e crescente concentrazione del finanziamento dei politici nelle mani di una ristretta élite dei più ricchi di fatto altera la regola democratica (una persona/un voto) orientando il sistema elettorale verso la regola delle società per azioni dove i voti si pesano in base alla ricchezza posseduta e riportandoci di fatto verso un modello di voto di censo. E allo stesso tempo è possibile ritenere che la stessa capacità di influenzare l’agone politico si sia riversata sul fronte culturale favorendo la diffusione di ideologie come quelle per cui «la diseguaglianza favorisce la crescita» e della «ricaduta benevolente» sulla quale anche l’Evangelii Gaudium di Papa Francesco interviene in modo piuttosto critico.
 

Il risultato, sotto gli occhi di tutti, è il progressivo impoverimento dei ceti medio-bassi, il cortocircuito del crollo della domanda, che ha messo in crisi l’economia, e la corsa ai ripari con un consenso (mai visto prima) tra destra e sinistra sull’opportunità di aumentare il potere di acquisto dei ceti più deboli (ad esempio, qui in Italia, con gli 80 euro). In controtendenza rispetto a questo tentativo di corsa ai ripari, ciò che possiamo ragionevolmente aspettarci a seguito della nuova legge italiana sul finanziamento della politica, se non subentreranno correttivi sostanziali, è il mettersi in moto di meccanismi che produrranno un ulteriore aumento delle diseguaglianze.

La denuncia del rischio dello strapotere delle lobby in politica, va sottolineato, non ha nulla a che vedere con la tutela e la difesa del preziosissimo patrimonio produttivo ed industriale del Paese, con l’impegno sacrosanto all’eliminazione degli ostacoli dell’attività d’impresa e con la sua valorizzazione in considerazione del contributo fondamentale alla creazione di valore economico nazionale. Le aziende sono il fulcro e il punto più debole e delicato della vita sociale ed economica e molto deve essere ancora fatto in Italia (efficienza e tempi della giustizia civile, costi della burocrazia, accesso alla rete, costi dell’energia) per creare un clima più favorevole alla loro attività con particolare attenzione alle imprese medio-piccole. Ma ciò non vuol dire avallare una deriva pericolosa che, attraverso la furia iconoclasta verso i 'costi della politica' (che erano e sono troppo alti, ma che sono anche ineliminabili) , le assurdità presenti nella nuova legge sul finanziamento dei partiti e l’ostilità verso il servizio pubblico radiotelevisivo, rischia di sbilanciare pericolosamente il dibattito politico e culturale del nostro Paese e costituire la base per una grave involuzione
della nostra democrazia sostanziale.

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