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Giovani migranti: risposta non semplice ma auspicabile
Accoglienza familiare ai minori in arrivo
Giorgio Campanini
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Giovani migranti: risposta non semplice ma auspicabile Sempre più elevato è il numero dei minori – talora di bambini di età inferiore ai dieci anni – che vengono raccolti in mare, mentre rischiano il naufragio, e trasferiti nelle nostre zone costiere. È difficile valutare quanto questo fenomeno durerà nel tempo, ma è certo che assai alto è il numero di minori senza famiglia approdati sulle nostre coste: 16.800 in otto mesi, secondo le stime dell’Ismu. Per questo è in atto una serie di iniziative mirate: fondate però, generalmente, sul principio dell’assistenza praticata in 'centri di accoglienza', istituzioni comunitarie, collegi, residenze, ecc.

Non ci risulta che sia in atto una vera e propria 'campagna' per la sensibilizzazione delle famiglie italiane affinché si facciano carico, per qualche tempo, dell’accoglienza di minori stranieri. E invece proprio su questa prospettiva che si vorrebbero svolgere alcune considerazioni (basate anche su una personale esperienza di accoglienza, seppure in questo caso si tratti di un somalo ventiseienne). La ricerca pedagogica ha ormai dimostrato, con solidissimi argomenti, che il luogo ideale per la crescita dei minori è la famiglia: ovviamente una famiglia solida, ragionevolmente felice, dotata di mezzi e di risorse adeguate.

Tutte le altre soluzioni, pur inevitabili, sono una 'seconda via'. Perché dunque percorrere la 'seconda via' – quella dei centri di raccolta e simili – e non la prima? Vi sono indubbiamente, al riguardo, non pochi problemi. Condizione fondamentale perché le famiglie italiane diventino il luogo privilegiato per l’ospitalità temporanea dei minori stranieri è la loro stessa disponibilità all’accoglienza, per un tempo che potrebbe essere anche non breve: occorre infatti che vengano individuati e identificati i genitori dei ragazzi (spesso rimasti nei Paesi di origine o trasferitisi in altre nazioni europee).

Ma è proprio impossibile, in un Paese come l’Italia, trovare alcune migliaia di famiglie che si facciano carico di altrettanti minori abbandonati o in attesa di ricongiungimento con i loro familiari? Il problema non dovrebbe mancare di essere affrontato, seriamente e responsabilmente, da parte dell’intera società civile; ma un ruolo particolare, in un certo senso 'profetico', potrebbe essere svolto dalle stesse famiglie. Perché non costituire, in ogni diocesi, un 'gruppo di lavoro' che, facendo appello alla generosità delle famiglie, elabori una sorta di 'albo' delle famiglie disposte all’ospitalità, sempre garantendo, con incontri preliminari, che alla proclamata disponibilità all’accoglienza corrispondano condizioni abitative adeguate e serie garanzie di ordine educativo (con particolare riferimento all’esistenza di altri figli, essi pure da coinvolgere in una scelta non semplice né facile…)?

Questo programma di inserimento dei minori abbandonati in famiglie – con tempi e modalità da definirsi – dovrebbe essere ovviamente concordato con le pubbliche autorità e prevedere, nello stesso tempo, costanti controlli (né le famiglie interessate dovrebbero dolersene…). Con tutti i suoi limiti e i suoi difetti una 'normale' famiglia di persone sensibili e generose risulterebbe una soluzione del problema di gran lunga preferibile a quella dei 'centri di raccolta' e simili. Né si può escludere che questo aiuto temporaneo possa trasformarsi in vero e proprio affido, soprattutto per i minori i cui genitori siano irreperibili: ma questo è un altro problema. 

 Quello di oggi – che le comunità cristiane dovrebbero sapere subito affrontare – è il problema di non lasciare per troppo tempo bambine e bambini in centri o in istituti nei quali troverebbero, auspicabilmente, cibo e vestiti, ma nei quali non farebbero la vitale esperienza della fraternità e dell’amore.

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