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Tra i grattacieli la Via Crucis contro l'indifferenza
Lorenzo Rosoli, testi e foto
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Una Via Crucis per abbattere il muro dell’indifferenza. E aprire la via alla pace, alla giustizia, alla fraternità. All’ombra dei grattacieli di Milano. All’ombra delle cattedrali del capitale e della tecnologia. L’indifferenza: quella di un Occidente sazio e disperato che troppe volte ha girato la testa dall’altra parte, di fronte alle sofferenze dei cristiani perseguitati in Medio Oriente e di tutte le donne e gli uomini oppressi dall’odio e dall’intolleranza, in Asia, in Africa, ovunque.

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Un’indifferenza che i tragici fatti di Bruxelles potrebbero aver colpito al cuore. Ma abbattere muri non basta. Si tratta di aprire vie nuove. Si tratta di ricostruire. Come? Il primo passo: mettersi in ascolto.

Com’è accaduto con la Via Crucis svoltasi oggi, fra le 13 e le 14, ai piedi dei nuovi grattacieli di piazza Gae Aulenti. A organizzarla, un gruppo di lavoratori della Zona Garibaldi in collaborazione con il Commissariato di Terra Santa della Lombardia. È il terzo anno che questa proposta si rinnova qui dove Milano si slancia verso il cielo.
 
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Stavolta, a dialogare con le parole del Vangelo e quelle della preghiera, le meditazioni tratte dalle lettere circolari che fra’ Ibrahim Sabbagh, parroco di San Francesco in Aleppo, manda ad amici e benefattori dall’antica città siriana straziata dalla guerra e dal terrorismo. Brani, quelli offerti ai trecento-quattrocento partecipanti alla Via Crucis di oggi – persone di tutte le età, molti i lavoratori in pausa pranzo, non poche le famiglie con i bambini nel passeggino – che nascono dal cuore della fraternità francescana in Siria e che riflettono l’impegno di pace, dialogo e perdono che i cristiani d’Oriente stanno portando avanti, pur nella tragedia che sconvolge il Paese e mette a rischio la sopravvivenza della Chiesa in quelle terre.
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La partenza ai piedi dei Bosco Verticale di Boeri. Si sale, in preghiera, guidati dai frati minori del convento di Sant’Antonio, la “passeggiata Luigi Veronelli”. E sono le prime stazioni. Dalla quinta in poi, si fa il giro di piazza Gae Aulenti, all’ombra della Torre Unicredit di César Pelli, uno degli edifici più alti d’Italia, sullo sfondo delle “griffe” che si contendono questo spazio dove normalmente si celebrano le liturgie del consumo, del tempo libero, dell’effimero, di una socialità che parla di intrattenimento.

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E che non deve far dimenticare come questi sono luoghi di lavoro, di vita, di dignità per centinaia, per migliaia di persone ogni giorno. In questi luoghi ieri sono risuonate parole come queste. “Quello che ci sostiene nella situazione drammatica che viviamo – scrive fra’ Ibrahim – è far memoria della sete di Gesù quando, proprio dalla Croce, chiedeva da bere. Quello che veramente ci sostiene è sapere che oggi è ancora Lui che soffre nella sete e nelle ferite delle sue membra, che siamo noi cristiani d’Aleppo, a cui nessuna sofferenza è risparmiata: fame, freddo, dolore, malattia, afflizione… Ciò che più conta per noi cristiani è testimoniare Gesù Cristo, amando e perdonando tutti. I terroristi qui distruggono ogni cosa, ma noi offriamo la nostra sofferenza per la loro salvezza, preghiamo per loro e perdoniamo”.
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Sopra le torri e le guglie, nubi e vento. Sotto, Parola di Dio e parole di uomini. In ascolto. In preghiera. Per i cristiani di Aleppo e del Medio Oriente, per tutti i perseguitati dell’Asia, dell’Africa, ma – scandisce frate Francesco Ielpo – anche per le vittime di Bruxelles. E per le ragazze morte in Spagna. Un unico abbraccio orante. Nella Giornata di preghiera per i cristiani di Terra Santa. Per ricordare – come fa frate Ielpo – che dove l’uomo è perseguitato, e soffre, e muore, la vera decisiva speranza non sono le nostre umane strategie, ma quel fatto nuovo – la Resurrezione dell’Innocente Crocifisso – che può essere germe di cambiamento per i nostri cuori, per l’umanità, per la sua storia.
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