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Verso il Sinodo
Scola: Fede e matrimonio rapporto da ripensare
Luciano Moia
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In qualche modo la Chiesa di Milano una prima risposta “sinodale” l’ha già data. La creazione dell’Ufficio diocesano per l’accoglienza dei coniugi in crisi, entrato in funzione da pochi giorni, risponde infatti all’appello del Papa a proposito della necessità di aprirsi, con spirito di rinnovata fraternità, alle urgenze delle coppie a “rischio esplosione”. «Un impegno gravoso, ma Francesco ha invitato i vescovi a farsi carico delle famiglie ferite. E noi andiamo avanti», osserva il cardinale Angelo Scola, arcivescovo di Milano.


Eminenza, cosa c’è da attendersi concretamente dalle riflessioni che animeranno il prossimo Sinodo?
Mi sembra opportuno richiamare la natura dell’assemblea sinodale. Non è un luogo di decisione, ma un ambito di condivisione, di comunione tra vescovi delle Chiese del mondo intero a cui il Papa domanda consiglio su temi particolarmente urgenti per la vita della Chiesa. In questo senso non bisogna aspettarsi dal Sinodo “decisioni”, queste semmai le prenderà il Papa, ma piuttosto un rinnovato slancio missionario. Purtroppo la sovraesposizione mediatica di quest’anno ha talvolta impedito di mettere a fuoco il cuore della questione: il Santo Padre ha convocato l’assemblea del Sinodo per riflettere sulla vocazione e la missione della famiglia nella Chiesa e nel mondo contemporaneo. La Chiesa sente il bisogno di approfondire, con rinnovato vigore, la bellezza universale del disegno di Dio su matrimonio e famiglia.


In questi giorni, come detto, è entrato in funzione il nuovo Ufficio diocesano per l’accoglienza delle persone il cui matrimonio è entrato in crisi. Un impegno più "giuridico" in senso lato o più pastorale?
Il nuovo Ufficio lavorerà in stretta collaborazione con la pastorale familiare, i consultori familiari ed il Tribunale diocesano, e quindi potrà trovare gli aiuti necessari per svolgere il suo compito che è pastorale in senso integrale. Anche se l’impegno sarà gravoso, la creazione dell’Ufficio vuol essere una risposta concreta all’invito del Santo Padre rivolto ai vescovi di farsi carico direttamente delle famiglie ferite


In un recente intervento su una rivista teologica, Lei propone di riprendere con decisione la teologia del matrimonio.
La proposta intende sottolineare la necessità di riprendere in mano con decisione la teologia e la riflessione canonistica sul matrimonio a partire dalla sua natura sacramentale. È in questo contesto che la domanda sulla fede acquista tutta la sua importanza. Se da una parte è fuori dubbio che nessuno può arrogarsi il diritto di misurare la fede degli altri, dall’altra la fede ha sempre una dimensione di comunione ecclesiale. Questa, a precise condizioni rispettose della coscienza, può consentire di verificare se i contraenti intendono fare ciò che fa la Chiesa.

Parliamo di conviventi. Corretto, come suggerisce l’Instrumentum laboris, mostrare “apprezzamento e amicizia” nei loro confronti, riconoscendo “elementi di coerenza con il disegno creaturale di Dio”?
Come sempre in questi casi la grande tentazione è generalizzare. La saggezza della Chiesa, invece, da sempre accompagna la persona nel suo singolare cammino. Ci sono casi in cui una convivenza è aperta al sacramento ed altri in cui non è ancora così. Ad ogni modo i recenti dibattiti hanno messo in evidenza quella che io considero l’urgenza primaria di cui il Sinodo si dovrà necessariamente occupare: la riflessione sul matrimonio, sedimentata lungo i secoli, chiede di essere ripensata. Spesso è fatta di giustapposizioni che ne minano l’unità e la semplicità.


Come si potrà sviluppare questa riflessione?
Occorre approfondire il nesso fede-matrimonio, il significato della natura sacramentale del matrimonio ed il perché non si possa appiattire su una sorta di “contratto naturale”. Se così fosse, sarebbe l’esito della pura volontà dei contraenti.


A questo proposito non si dovrebbe valutare anche la crescente paura di sposarsi da parte dei giovani? Non Le pare sia necessario andare alla radice di questo disagio per delimitarlo?Questo è uno dei compiti fondamentali dell’azione educativa. I cristiani sono chiamati a testimoniare e a rendere ragione dell’amare “per sempre”, condizione costitutiva della natura stessa dell’amore, del desiderio di essere amati e di amare definitivamente. Desiderio che abita il cuore di tutti gli uomini, in ogni tempo e ad ogni latitudine. L’amore non è solo passione, riguarda tutta la persona, nella sua unità di corpo-anima, di uomo-donna, di individuo-comunità, per citare le celebri polarità a cui faceva riferimento von Balthasar. La paura sarà sconfitta dalla scoperta del bell’amore. Quello che Gesù ci ha insegnato.


In questi mesi si è parlato tanto di misericordia, quasi in contrapposizione alla verità. Esigenze davvero diverse o semplificazione mediatica?
Quando l’Instrumentum laboris afferma che «la misericordia non toglie nulla alla verità» non fa altro che riproporre quello che ha detto Gesù: «Io sono la via, la verità e la vita». È una grave contraddizione pensare che misericordia e verità siano in opposizione. Certi passaggi di Lumen fidei, la prima enciclica di Papa Francesco, sono di grande aiuto per comprendere che la verità si propone sempre alla libertà dell’uomo. Per questo la verità vivente e personale che è Cristo stesso, attraverso la misericordia, rimette continuamente l’uomo in cammino. Questo è il bell’amore. Se il bell’amore di Colui che ci ha amati per primo non ci donasse la possibilità di riprendere – ma diciamolo con parole evangeliche – se non ci muovesse alla conversione, che misericordia sarebbe?


A proposito di progetti formativi “imposti dall’autorità pubblica” in contrasto con la visione umana e cristiana, l’Instrumentum laboris riafferma il diritto all’obiezione di coscienza degli educatori. Il pensiero va subito ai progetti ispirati alla cosiddetta ideologia del gender. Se in Italia si arrivasse a questo punto, sarebbe giusto adeguarci a queste indicazioni?
È necessario ribadire che l’educazione è anzitutto compito delle famiglie, perno della società civile. Lo Stato deve rispettare questo dato. Ancor prima di entrare in merito al contenuto delle proposte educative delle istituzioni pubbliche, è importante sottolineare che queste non possono arrogarsi competenze che esulano dal loro essere a servizio della società civile. In una società democratica l’obiezione di coscienza – la cui pratica chiede di essere accuratamente valutata caso per caso –, prima ancora che un diritto, è una garanzia di libertà. È sempre pericoloso pretendere che gli uomini sacrifichino la loro coscienza. Questa è certo della persona ma ha un intrinseco valore sociale.


Percorsi di preparazione al matrimonio. Si consiglia una sinergia tra pastorale giovanile, familiare, catechesi, con la collaborazione di movimenti e associazione. Giusto tradizionali ambiti pastorali?
Non è anzitutto una questione di strutture e di programmi pur necessari. L’importante, a mio avviso, è privilegiare l’attenzione verso gli interlocutori reali dell’azione pastorale. Occorre intercettarli nei luoghi e nei tempi della loro vita quotidiana, senza pretendere di portarli “altrove” per dar loro la possibilità di vivere o ricominciare un cammino di fede. Il matrimonio e la famiglia sono vie privilegiate per scoprire la bellezza e la convenienza della fede nel quotidiano.


Via penitenziale per i divorziati risposati. Le opinioni sono diverse e, in parte, divergenti. A suo parere quale potrebbe essere la strada opportuna?
La formula dell’Instrumentum laboris è articolata perché riflette la ricchezza dei contributi dei padri sinodali durante l’Assemblea straordinaria dello scorso anno. Per quanto riguarda la cosiddetta “via penitenziale”: che cosa s’intende con questa espressione? Un cammino di conversione che implichi un superamento della norma? Una sorta di “pena” per regolarizzare la propria situazione? Come ho detto è necessario approfondire ancora.


La tradizione ortodossa della cosiddetta “oikonomia” – condiscendenza pastorale nei confronti dei matrimoni falliti – potrà rappresentare un’opportunità su cui riflettere?
La teologia e la prassi sacramentale delle chiese ortodosse è assai diversa rispetto a quella cattolica. Secondo la maggioranza degli esperti in materia, è per lo meno scorretto fare paragoni. Inoltre la cosiddetta “oikonomia” non è contemplata nemmeno dagli ortodossi come un principio generale e, ancor meno, come una norma che possa essere stabilita e applicata indistintamente a tutti. Nella tradizione latina si parla di “epicheia”, che non è un’eccezione alla norma, ma l’opportunità di andare, nel singolo caso, fino in fondo al principio di giustizia che la norma propone.


A proposito delle famiglie in cui sono presenti persone con tendenza omosessuale, si sollecita la formazione di “progetti pastorali diocesani”. Compito tutt’altro che agevole e che, almeno per quanto riguarda le nostre comunità, costituisce un divario da colmare. Quale potrebbero essere le modalità per seguire queste indicazioni?
Ho spesso insistito sull’insuperabile carattere personale della differenza sessuale usando un’espressione un po’ tecnica, ma rigorosa: la sessualità implica un “processo di sessuazione”. Con questa affermazione si vuol fare riferimento al percorso che ogni uomo e ogni donna – eterosessuale o omosessuale – deve necessariamente compiere lungo tutta la sua vita per scoprire la verità oggettiva della differenza sessuale.
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