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QUELLI DEL CONCILIO/2
Roger Etchegaray: «Ma che bella avventura...»
Filippo Rizzi
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Osservatore privilegiato del Concilio Vaticano II nella veste di perito, il cardinale Roger Marie Etchegaray rievoca gli anni conciliari con il distacco di chi li ha vissuti da attore non protagonista, quasi tra le quinte di un teatro: «Non sono tra coloro che "hanno fatto il Concilio" – ammette sorridendo –, ma ho avuto la grazia di viverlo intensamente dall’interno, all’ombra dei vescovi». Alla mente di questo anziano porporato basco francese, famoso per aver viaggiato quasi quanto Giovanni Paolo II, tornano tanti ricordi su quella che ama definire ancora l’«avventura da cui non sono mai uscito»; un album, il suo, fitto di episodi minori ma anche di grandi amicizie e contatti diretti con i grandi teologi francesi che lasciarono un’impronta indelebile sui lavori di quelle assise: Henri de Lubac, Gustave Martelet, Henri Rondet, Marie Dominique Chenu, Yves Marie Congar...

Eminenza, che ricordi conserva dell’apertura del Concilio, quel giovedì 11 ottobre 1962?
«Beh, si è trattata di un’esperienza spirituale che è venuta a scuotere e illuminare la coscienza dei nostri pastori. Rammento come fosse ieri il discorso di papa Giovanni e la messa del cardinale Eugène Tisserant, con la sua leggendaria barba... Quello che mi colpì fu il senso universale della Chiesa, grazie all’impressionante partecipazione di 2500 vescovi ma anche per la presenza, per la prima volta, di una ventina di osservatori delle cosiddette Chiese separate. Ancor oggi sconcertano le cifre di quell’evento: i dibattiti pubblici, ad esempio, hanno riempito 1500 ore di registrazione. Mi impressionò pure la maestria e l’abilità diplomatica del segretario generale, monsignor Pericle Felici, che fu in grado di tenere la rotta durante le quattro sessioni».

Che impressione le fece vedere sul soglio di Pietro l’ex nunzio di Francia, Angelo Roncalli?
«La sua elezione mi aveva fatto piacere. Lo conoscevo dall’epoca in cui era stato nunzio, mi era capitato addirittura di essere il suo autista personale quando venne a Bayonne nel luglio 1951; mi chiese di acquistare un berretto basco, non potei esaudirlo perché non si trovò la taglia nel negozio... Al Concilio mi impressionò la sua calma e l’affidarsi per il futuro allo Spirito Santo. A un giornalista che gli chiedeva cosa si aspettasse, rispose: "Non lo so molto bene"; poi, portando il visitatore presso la finestra, la aprì: "Almeno… un po’ d’aria fresca!". In questa immagine c’è forse tutta la forza profetica di un vecchio papa deciso a ringiovanire e ad aggiornare la Chiesa».

Quale fu l’apporto della Chiesa francese al Concilio?
«Il contributo dei francesi fu veramente notevole, ma soprattutto dinamico e trasversale nelle varie discipline trattate. Si conteranno 210 interventi francesi su tutti gli schemi nel corso delle quattro sessioni. Fra i 5 sottosegretari del Concilio diede buona prova di sé il futuro segretario di Stato di Paolo VI, monsignor Jean Villot; un apporto rilevante ai lavori fu quello degli uditori, tra cui il "primo laico", il filosofo Jean Guitton, o la "prima donna" Marie Louise Monnet, fondatrice dell’Azione cattolica e sorella dello statista ed europeista Jean Monnet, nonché – ancora fra gli osservatori – i monaci Roger Schutz e Max Thurian della comunità di Taizé».

Ma un contributo particolare venne proprio dagli esponenti della «Nouvelle théologie»…
«Quello che stupisce, visto con gli occhi di oggi, è il numero dei periti francesi e la loro provenienza dagli ordini religiosi: in primis gesuiti e domenicani. Ad alcuni di essi il Concilio offrì la grazia di una riabilitazione dopo le censure del Sant’Uffizio: penso a Congar, de Lubac o allo stesso Chenu. Per aiutare i vescovi francesi, molti di loro avevano ideato una serie originale di Etudes et documents (Studi e documenti) – il bollettino dell’episcopato di cui ero responsabile – sui principali schemi conciliari oggetto dei dibattiti. Fu anche grazie a questo strumento che il loro apporto risultò determinante per far capire ai vescovi l’oggetto del contendere nelle discussioni».

Si è sempre pensato che dom Helder Câmara fosse in grado di essere la voce dei poveri al Concilio. Lei l’ha conosciuto bene. Che uomo era?
«Dom Helder era un personaggio complesso e contraddittorio contemporaneamente. Timido, ma intraprendente e dotato di ubiquità. Io credo che nessun altro vescovo, al Concilio, ha spinto tanto lontano il suo impegno di pastore di una diocesi, al punto di scrivere ben 290 circolari (con mezzi artigianali che oggi facciamo fatica ad immaginare) a una rete di collaboratori brasiliani che chiamava la "sua famiglia". E poi è stata esemplare la sua partecipazione al Concilio, vissuta nell’azione (un’azione sotterranea e dietro le quinte, mai prendendo la parola in pubblico) ma anche nell’ascesi spirituale con lunghe veglie di preghiera perché il Vaticano II avesse successo e portasse frutti alla Chiesa. Ma il Concilio è stato per lui una grande drammaturgia, che copriva la scena di tutto il mondo e non solo quella della Chiesa».

Ma negli stessi anni lei farà conoscenza di un altro padre conciliare molto diverso: il giovane vescovo di Dakar, Marcel Lefebvre…
«Già allora la figura emblematica di monsignor Lefebvre emergeva, anche se in modo abbastanza discreto; solo a partire dal 1970 egli radicalizzò la sua posizione stabilendosi ad Écône, in Svizzera. Lo avevo conosciuto a Roma, quand’ero studente al Seminario francese diretto dai padri spiritani, di cui sarebbe divenuto superiore generale; dopo aver visitato l’esposizione sull’Africa che avevo organizzato, mi chiese se non pensavo di entrare nella sua congregazione missionaria. Durante il Concilio, invece, mi invitò due volte al piccolo gruppo di opposizione che guidava con monsignor Geraldo de Proença Sigaud, arcivescovo di Diamantina (Brasile). Segnalo, per inciso, che monsignor Lefebvre ha firmato tutti i documenti conciliari, in particolare quelli sulla liturgia e sull’ecumenismo, a eccezione di due testi, fra cui quello sulla libertà religiosa».

A cinquant’anni di distanza, quale eredità si tramanda ai giovani?
«Credo che la traccia ermeneutica per capirne ancora oggi il peso e il valore stia nelle parole di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI: il Concilio resta "una bussola sicura per il terzo millennio". Certo, può sembrare che il Vaticano II si allontani dal nostro orizzonte – che, a dire il vero, non è più lo stesso. Ma verificarne la recezione a partire dalla sua intuizione e dal suo spirito conduce contemporaneamente la Chiesa tanto su una linea di arrivo quanto su quella di partenza. Il tempo che ci separa da quegli eventi e dai sommovimenti postconciliari ci permette di accogliere ancora di più, ma probabilmente in modo diverso, la grazia che lo fece nascere. Il Vaticano II ormai è fra le mani dei suoi figli più che dei suoi Padri, quasi tutti defunti!».
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