lunedì 8 luglio 2013
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Giovanni Paolo II è stato anche il Papa dello sport e quindi degli stadi di tutto il mondo, in cui ha celebrato Messa. Ma il primo “stadio” in cui Papa Francesco – amante e praticante dello sport quanto Wojtyla – “debutterà” in veste di nuovo Pontefice, sarà quello piccolissimo e dimenticato di Lampedusa. Chiamarlo stadio è forse esagerato: si tratta di un campetto in terra rossa, polveroso, che somiglia tanto a quelli della periferia di Marrakech o di Tripoli. Qui isolani e villeggianti, li vedi ancora giocare a piedi nudi, come i ragazzini di Rio sulla spiaggia di Copacabana. Un campo in cui grazie a un “lampedusano ad honorem”, Claudio Baglioni, ha ospitato partite di beneficenza tra la Nazionale dei Cantanti e quella degli Attori. Ma mai nessuno avrebbe immaginato, che un giorno, questa terra rossa bruciata dal sole e spettinata dal vento nordafricano l’avrebbe calcata niente meno che un Papa. Prima di “Respiro”, piccolo capolavoro del regista Emanuele Crialese ambientato nell’isola – con molti attori locali come Filippo Pucillo – , era stata la squadra di calcio, l’Us Lampedusa, la protagonista di un film, il documentario Diario ai confini del calcio di Teo De Luigi e Miriam Visalli. Vi si racconta la storia davvero “isolata” della squadra che da un decennio, senza infamia e senza lode, milita tra i dilettanti (ora è in Prima categoria). Un filmato sul quale il telecritico Aldo Grasso annotava, sul Corriere della Sera: «L’allenatore dell’Us Lampedusa, Orazio Arena, muore d’improvviso, senza nemmeno provare la gioia di veder riflesso sullo schermo il suo impegno». Oggi questo campo porta il suo nome, l’Orazio Arena. Aveva soli 48 anni il “mister” quando è morto (folgorato da una scarica elettrica) e gli isolani lo ricordano ancora come «un gran bravo ragazzo, innamorato del pallone». Lo stesso amore che hanno un po’ tutti i ragazzini di Lampedusa. «Qualcuno c’ha anche provato a sfondare con il calcio, ma è tornato a casa, sconfitto…», dice amaro Pietro Bartolo, il presidente onorario dell’Us Lampedusa e soprattutto responsabile sanitario e coordinatore delle emergenze immigrati. Emergenze che purtroppo non cessano mai in questo paese di 5mila abitanti.E tra loro, non c’è un lampedusano che almeno una volta non abbia resistito alla tentazione di indossare la maglia gialloblù. La maggior parte ha “ballato” in campo per una sola stagione, poi è tornato al suo lavoro quotidiano. Chi si guadagna il pane con il mare, chi nel turismo, chi alla pompa di benzina come Gaetano, che è anche «l’unico sponsor vero», di una squadra completamente indigena. «Abbiamo avuto solo due allenatori “stranieri” disposti a trasferirsi qui: Sergio Petrelli che da calciatore vinse lo scudetto nella Lazio del ’74, e fino a giugno c’era Giorgio Valecchi, arrivato apposta dall’Umbria», spiega il factotum della società Sebino Pavia. Allenatore cercasi dunque, ma soprattutto sponsorizzazioni, perché le uscite per le spese sono come gli sbarchi, non cessano mai. «Abbiamo un problema che le altre società non hanno: per 13 volte, tante sono le trasferte in una stagione, siamo costretti a volare – dice Bartolo –. E solo di viaggio spendiamo sui 3mila euro». Spesso anche gli avversari si rifiutano di recarsi a Lampedusa, preferendo il 3-0 a tavolino. «Vinciamo almeno 5-6 partite l’anno senza giocare, perché gli altri club hanno gli stessi nostri problemi di budget e così preferiscono darcela vinta. Ma a noi questa cosa non piace. I nostri ragazzi la vittoria se la vogliono conquistare sudando sul campo». Quel campo, incorniciato tra il cimitero e le bagnarole dei migranti, dove alla domenica arrivano anche 200-300 tifosi. E molti di loro sono giovani che sognano almeno di fare una carriera come la vecchia gloria Luciano Brignone, «un numero “10” alla Del Piero. Se non era nato e cresciuto qui all’isola faceva una carriera da professionista», assicurano in paese. Ma il futuro ora potrebbe giocare con il vento a favore. Da una scuola calcio si è passati a due: lo Sporting e il Lampedusa Libera che assieme tesserano almeno 200 ragazzi. E c’è anche un secondo campo oltre all’Orazio Arena: quello dell’oratorio che ha appena messo a disposizione il parroco, don Stefano. «La speranza – conclude Bartolo –, è che da queste ultime generazioni nasca qualche talento. Così almeno Lampedusa sarà conosciuta nel mondo anche per il calcio».
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