giovedì 12 novembre 2015
​Penultimo giorno del Convegno ecclesiale: 30 incontri con le realtà cittadine di solidarietà, cooperazione e pastorale per i 2.200 delegati. Questa mattina la preghiera con le comunità valdesi e ortodossa e il saluto di ebrei e musulmani. (Mariani e Liut) I lavori di gruppo su Abitare, Educare, Annunciare, Uscire, Trasfigurare
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​Quarto e penultimo giorno per il grande Convegno ecclesiale di Firenze, che vede riuniti 2.200 delegati da tutte le diocesi d'Italia per tracciare il volto di una "nuova" Chiesa seguendo il percorso tracciato dal Papa nel suo discorso di indirizzo di martedì nella Cattedrale di Santa Maria del Fiore.Oggi i delegati partecipano a una preghiera ecumenica, presieduta da monsignor Nunzio Galantino, cui partecipano la Chiesa ortodossa e la Chiesa Valdese.

I lavori della quarta giornata del Convegno ecclesiale nazionale si sono aperti a Firenze con la preghiera ecumenica presieduta da monsignor Nunzio Galantino, segretario generale della Cei. A commentare il brano tratto dal secondo capitolo della Lettera ai Filippesi di san Paolo sono stati Georgij Blatinskij, arciprete della Chiesa ortodossa russa di Firenze, e Letizia Tomassone, pastora della Chiesa valdese fiorentina. “L’inno cristologico di Filippesi offre a tutti noi un modello di comportamento – ha sottolineato Blatinskij –. Perché, come ha detto papa Francesco, possiamo parlare di umanesimo solo a partire dalla centralità di Gesù”. Nel brano della Lettera ai Filippesi “abbiamo due movimenti opposti: l’abbassamento volontario di Cristo e il suo innalzamento operato da Dio. Proprio questa capacità di scegliere sta alla base del paradigma antropologico cristiano”. In questa scelta, ha proseguito Blatinskij, ci aiuta “l’esempio dei santi, sia quelli dell’Oriente che quelli dell’Occidente: essi sapevano respingere fin dall’inizio le cose che vengono dal maligno e accogliere quelle che vengono da Dio usando lo “scudo” della fede”. Secondo Letizia Tomassone, il brano, già commentato da papa Francesco, ha alcuni “punti forti” molto chiari: “Lo svuotamento, la povertà, l’identificazione con i poveri, l’abbandono della centralità del proprio interesse”. San Paolo, ha notato la pastora, “si rivolgeva a una Chiesa che viveva il conflitto” ma parla ancora a noi, che “veniamo da una storia di lotte feroci e fratricide, di conflitti dottrinali, di conflitti di territorio e di battaglie di potere”. Il brano paolino, allora, “ci interpella sui nostri conflitti”. L’apostolo, poi, “lancia il suo messaggio in modo da non allontanare chi ascolta, non rimprovera ma cerca di valorizzare i doni della comunità. Oggi questi doni ci sono ancora anche tra le Chiese”. Insomma san Paolo, di fronte ai conflitti risponde con l’invito ad “alzare lo sguardo”. Nel farsi povero di Gesù è possibile cogliere l’invito “a dare voce ai più “schiacciati”, ai poveri agli emarginati”.

Subito dopo c'è stato un momento interreligioso, con i saluti di  Izzeddin Elzir, imam di Firenze e presidente dell’Unione comunità islamiche d’Italia (Ucoii), e Joseph Levi, rabbino capo della comunità ebraica di Firenze. Nel dialogo interreligioso, ha sottolineato da parte sua l’imam, “ognuno ha l’occasione per riscoprire le radici”. E questo, secondo l’imam, è quello che sta avvenendo nel dialogo in atto in Italia. Tuttavia, “il dialogo tra le teologie non è sufficiente, è necessario che il dialogo avvenga tra uomini e donne di diverse fedi, culture, realtà". Per questo il tema scelto per Firenze 2015 "si colloca nel cuore del dialogo". "Camminiamo insieme nella costruzione dl nuovo umanesimo – ha invitato l’imam –. Si può andare avanti solo insieme ma per fare questo abbiamo bisogno di essere umili. Solo un confronto dal basso può creare una nuova cultura dove l’altro è visto come una risorsa e una ricchezza, e non come un nemico o una minaccia. Il lato oscuro, l’estremismo e il terrorismo può essere vinto solo lavorando insieme, costruendo ponti e non muri". Nel suo discorso, a sua volta Levi ha ricordato il ruolo della dichiarazione conciliare “Nostra aetate” – della quale pochi giorni fa ricorreva il 50° anniversario – nella costruzione di “ponti” tra le fedi. “Il compito comune che ci attende è quello di offrire la speranza”. La via da percorrere è quella “della conoscenza e della cultura invece delle armi; lo strumento dell’ascolto, dell’empatia, della democrazia e del rispetto”. La fede “che in passato ci ha diviso oggi invece ci unisce e ci richiede di inviare insieme messaggi positivi al di là delle differenze dottrinali e teologiche che esistono”. Insomma, “l’umanità si aspetta da noi un impegno comune nel dare una risposta alla mancanza di valori che si è creata nel secolo scorso”. Levi ha concluso: “Noi religioni monoteiste dobbiamo offrire una visione positiva dell’uomo e del mondo cercando il suo bene. Solo così i nemici del passato saranno gli amici del futuro”.

Il resto della  mattina è dedicata ai lavori di gruppo, già iniziati ieri: una occasione significativa di confronto sulle 5 Vie del nuovo umanesimo che la Chiesa sta intraprendendo: Educare, Accogliere, Abitare, Annunciare e Trasfigurare.

Nel pomeriggio i delegati si caleranno nella realtà ecclesiale fiorentina, con l'incontro di esperienze significative, in tutto 30 suddivisi in tre aree tematiche: "Firenze e la sua Chiesa: storia e testimoni", con incontri tra l'altro su Giorgio La Pira e don Lorenzo Milani, "Vita pastorale della Chiesa fiorentina", con visite anche alle Misericordie, al Progetto Agata Smeralda e a Novoli, e infine "Realtà ed esperienze sociali e culturali a Firenze" con visite tra l'altro al carcere Gozzini, alla Scuola d'arte sacra.

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