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Papa Messico
«No a società di pochi e per pochi»
Stefania Falasca
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Ricchezza, vanità, orgoglio: «Tre tentazioni che cercano di degradare e di degradarci». Tre tentazioni del cristiano che rompono, dividono l’immagine che Dio ha voluto plasmare, rovinano la verità cui siamo chiamati, distruggono e tolgono la freschezza del Vangelo e chiudono in un cerchio di distruzione. A Ecatepec, periferia di Città del Messico, nel Paese con il maggior numero di cattolici al mondo, segnato dalla corruzione, dall’ingiustizia e dalla violenza, papa Francesco torna ad additare i mali spirituali e sociali prodotti dalla mondanità, che deturpano l’identità e che già non aveva esitato a definire «l’apostasia di oggi».

Nella sua seconda giornata in Messico il Papa ha scelto di celebrare la grande messa ai margini della megalopoli di ventuno milioni di abitanti, che è capitale e sintesi dello sviluppo iniquo di un Paese dove i poveri sono il 46,2 per cento e il 9,5 vive in miseria estrema. Nel sobborgo di pendolari, davanti a più di trecentomila persone, Francesco ha voluto iniziare «il tempo di conversione» della Quaresima. Il tempo «per aprire gli occhi di fronte a tante ingiustizie che attentano direttamente al sogno e al progetto di Dio», perché «quotidianamente facciamo esperienza nella nostra vita di come quel sogno di Dio si trova sempre minacciato dal padre della menzogna, da colui che vuole dividerci, generando una società divisa e conflittuale. Una società di pochi e per pochi».

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Conversione dai mali
La prima tentazione è quindi la ricchezza: «Quella di impossessarci di beni che sono stati dati per tutti, utilizzandoli solo per me o per “i miei”. È procurarsi il pane con il sudore altrui, o con la vita altrui. Quella ricchezza che è il pane che sa di dolore, di amarezza, di sofferenza. In una famiglia o in una società corrotta è il pane che si dà da mangiare ai propri figli».
La seconda è la vanità. «Quella ricerca di prestigio basata sulla squalifica continua e costante di quelli che “non sono nessuno” – spiega Francesco – ricerca esasperata di quei cinque minuti di fama che non perdona la “fama” degli altri» e che «“Facendo legna dell’albero caduto”», lascia spazio alla terza tentazione: l’orgoglio. Quel porsi su un piano di superiorità che – dice ancora il Papa – porta a pregare tutti i giorni: “Grazie Signore perché non mi hai fatto come loro”. «Bisogna perciò chiedersi – afferma – fino a che punto siamo consapevoli di queste tentazioni nella nostra persona? Fino a che punto ci siamo abituati a uno stile di vita che pensa che nella ricchezza, nella vanità e nell’orgoglio stanno la fonte e la forza della vita?». È questo perciò il tempo della conversione: «Sappiamo che cosa significa essere sedotti dal denaro, dalla fama e dal potere. La conversione ha una certezza – ha detto alla fine – Lui ci sta aspettando e vuole guarire il nostro cuore da tutto ciò che lo degrada, degradandosi o degradando. È il Dio che ha un nome: misericordia. Il Suo nome è la nostra ricchezza, il Suo nome è la nostra fama, il Suo nome è il nostro potere».

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Sì a una terra di opportunità
Dallo stesso altare colorato da disegni aztechi, da cui prende il sobborgo Ecatepec, alla folla sotto il sole degli oltre duemila metri, Francesco ha poi rivolto l’Angelus domenicale. E citando Paolo VI ha invitato ad essere intraprendenti in tutte le iniziative che possano aiutare a fare di della terra messicana una terra di opportunità. Una terra «dove non ci sia bisogno di emigrare per sognare; dove non ci sia bisogno di essere sfruttato per lavorare; dove non ci sia bisogno di fare della disperazione e della povertà di molti l’opportunismo di pochi. Una terra che non debba piangere uomini e donne, giovani e bambini che finiscono distrutti nelle mani dei trafficanti della morte».
Dopo aver fatto ritorno in nunziatura con l’elicottero, nel tardo pomeriggio di ieri Francesco ha visitato l’ospedale pediatrico “Federico Gomez” di Città del Messico, un rinomato centro di eccellenza per la medicina pediatrica nel Centro e Sud America, dove ha incontrato in forma privata i bambini con loro familiari del reparto oncologico.
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