martedì 9 luglio 2013
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C'è una bandiera degli Stati U­niti che sventola a Lampedu­sa, tra la gente che si raduna in attesa di Papa Francesco. Ce l’ha portata il pensionato Bruno Brischet­to, 70 anni. Lui, l’America l’ha nel cuo­re: «Venti anni della mia vita li ho tra­scorsi in quel Paese, da migrante». Do­po il Papa, vuole che anche il presi­dente Obama sbarchi da pellegrino sull’isola: «Per vedere come sappiamo accogliere i suoi fratelli che attraversa­no il Mediterraneo». Poco più in là c’è uno striscione az­zurro sorretto da nonna Maria Passa­tempo, accanto ha due bambini, ven­gono da Sant’Agata di Militello, c’è scritto «Ti vogliamo bene Papa», e la firma «Francesco e Giorgia»: «Sono quelli dei miei nipotini, gli stessi no­mi del nostro Papa. Siamo qui in va­canza, mandandoci lui, Gesù ci ha fat­to un regalo bellissimo». Paolo di Benedetto indossa la sua «fer­ma convinzione», una maglietta blu con la scritta: «Lampedusa Nobel di pace e solidarietà». Dopo quel tragico 2011, quando in pochi giorni sbarca­rono più migranti che abitanti dell’i­sola, seimila contro cinquemila, ri­masti a cielo aperto, sulla nuda terra, ma aiutati dalla gente con cibo e abi­ti asciutti, Paolo dice: «Lampedusa me­rita il Nobel, per quello che ha fatto». Nel giorno dell’arrivo di Francesco sul­l’isola più a Sud d’Europa, a un’ora dalla sua Messa penitenziale per «quel­li che oggi non sono qui tra noi», i mi­granti morti del Mediterraneo, del suo contatto con questi lontani fratelli del­la periferia del mondo, questo popo­lo di isolani e di turisti che lo sta a­spettando con emozione, consapevo­le di essere testimone di un momen­to storico. Intanto altri 166 migranti sono soccorsi in mare aperto dalla Guardia costiera. Il barcone in diffi­coltà stava naufragando. Sfiniti da un viaggio durato due giorni, ora hanno toccato terra, qualcuno l’ha anche ba­ciata, e camminano lentamente, pro­prio dove tra poco il Pontefice poserà i sui passi e incontrerà altre vite mi­granti. Molti dei quali musulmani e qualche cristiano, fratelli della fame, della povertà e della guerra, che nei giorni passati sono arrivati su quest’i­sola, scoglio di salvezza, «faro di soli­darietà », come avrà modo di dire il Pa­pa più tardi alle diecimila persone che lo aspettano nella spianata del campo sportivo. Papa Francesco arriva di mattino pre­sto, in anticipo, su un «Falcon» del­l’Aeronautica militare italiana partito da Fiumicino, per la sua visita pasto­rale. Ad accoglierlo il sindaco dell’iso­la Giusi Nicolini, l’arcivescovo di A­grigento Francesco Montenegro, e il parroco dell’isola don Stefano Nasta­si che al Papa scrisse una lettera invi­tandolo «a farsi pellegrino in questo santuario del creato dove per migliaia di migranti, senza patria e senza no­me è rinata la speranza». Ma anche «Mediterraneo che per molti, per trop­pi si è trasformato in tomba». «Quando gli sono andata incontro e l’ho ringraziato per essere venuto – rac­conta il sindaco ancora commosso –, lui mi ha risposto: «Sono io che rin­grazio voi per quello che fate. Dovevo venire per forza a Lampedusa, ci sono ventimila morti sotto il mare e non si può fare finta di niente». Con la vecchia «Golf» azzurrina di don Giuseppe Calandra, segretario dell’ar­civescovo Montenegro, il pontefice rag­giunge Cala Pisana dove si è imbarca­to su una motovedetta della Capita­neria di porto, la «C.p. 282» per salpare in direzione di cala Maluk, proprio da­vanti al monumento dedicato alla Lampedusa dei migranti e intitolato «Porta d’Europa». In questo tratto di mare e di costa rocciosa, nella notte tra il 7 e l’8 maggio del 2011, un pe­schereccio con circa 700 migranti andò a sbattere sugli scogli, tre giovani mo­rirono annegati. Qui il Papa, scortato da decine di imbarcazioni dei pesca­tori e turisti, ha lasciato in mare un o­maggio floreale, una corona di crisan­temi bianchi e gialli, per poi racco­gliersi in un momento di preghiera. Raggiunta la terra ferma, e dopo es­sersi intrattenuto con un gruppo di mi­granti sul molo Favarolo che gli han­no raccontato le loro amare esperien­ze, dopo essere «fuggiti dal loro Paese per motivi politici e economici», l’en­tusiasmo che accoglie Papa Francesco è incontenibile. Sono migliaia i faz­zoletti e i cappellini che sventolano nell’aria, al passaggio di quest’uomo semplice che non è venuto con la «pa­pamobile », ma che ha trovato un jeep sull’isola. Un mare bianco e giallo che è un’ u­nica onda di gioia. La mano del Papa che saluta è un gesto che emoziona e la gente vorrebbe stringerla quella ma­no che sa di affetto e amore, come quella di un padre rassicurante nel mo­mento del bisogno: un gesto che sta a simboleggiare la fine di una grande so­litudine, per Lampedusa. «È un uomo semplice che si vede e che soprattutto si sente. E quando osserva che siamo una società che ha dimen­ticato l’esperienza del piangere di fron­te a nostro fratello, dice una verità», osserva un turista bresciano che per l’occasione ha rinunciato a una mez­za giornata di vacanza in spiaggia, e a­desso, sotto un sole cocente, cerca di catturare un poco d’ombra dietro un palo della luce. Scoccano le 10.30 quando la voce di Francesco si leva dall’altare: una piccola barca con sopra una tavola di legno: «In nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo». Il Papa invoca il «per­dono dei nostri peccati». «Perdonaci Signore abbiamo peccato», gli fa eco un’unica grande voce, quel­la dei fedeli. Proprio dalla parte op­posta del luogo dove si sta celebrando la Messa penitenziale con i paramen­ti viola, c’è una casa color ocra, con la gente sul tetto e uno striscione che re­cita: «Benvenuto Papa Francesco, sei uno di noi». Tra la folla sbuca Maurizio, senegale­se, nero come la pece. Da 30 anni vi­ve ad Agrigento e d’estate è a Lampe­dusa con il suo banchetto di bigiotte­ria. È musulmano e del Papa ci dice nella sua lingua «Bahne pur niep», è un uomo buono. Oltre alla curiosità - os­serva Maurizio - . Sono qui perché il Papa dei cristiani è per tutti i credenti in un unico e solo Dio». Il Papa prima di rientrare a Roma si in­trattiene in parrocchia con don Stefa­no, il suo vice don Giorgio e un grup­po di isolani. Un momento di ristoro, durante il quale Francesco lascia un sua offerta alla Caritas locale per aiu­tare i poveri dell’isola. Il sole tramonta. Tra la gente, anche a distanza di ore, continua ad aleggiare un senso di gioioso stupore. «Il Papa è proprio stato qui».
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