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Il viaggio in Africa
Francesco: continuo l'opera di pulizia
Mimmo Muolo, inviato a bordo dell'aereo papale
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Il pensiero e il cuore sono ancora in Africa. L’Africa che lo ha sorpreso con la sua gioia di vivere, lo ha addolorato con le sue povertà. L’Africa «sempre sfruttata dalle altre potenze». Ma l’occhio del Papa non perde di vista il mondo. E così, mentre l’aereo del ritorno a Roma si alza nel cielo terso del Centrafrica, il pensiero di Francesco va già alla Cop21 di Parigi. «Accordo ora o mai più. Siamo sull’orlo del suicidio» ecologico. I temi ambientali sono stati ben presenti nel viaggio. E allora l’appello è una sorta di appendice della visita. Poi nelle altre domande della conferenza stampa a bordo dell’Airbus Alitalia trovano posto anche altri temi. Il dialogo con i musulmani: «Non si può cancellare una religione perché ci sono i fondamentalisti» (e infatti il Papa ha fatto salire l’imam della moschea centrale sulla papamobile, fatto senza precedenti); Vatileaks, con l’ammissione che nella scelta di Vallejo Balda e Francesca Chaouqui «è stato commesso un errore»; la lotta all’Aids e l’uso del preservativo («il problema dell’Africa è molto più grande di questa particolare questione»). La conferenza stampa dura un’ora. E alla fine giunge il caloroso applauso dei giornalisti che suona come un riconoscimento al suo coraggio e alla sua determinazione nell’intraprendere un viaggio alla vigilia così rischioso e poi rivelatosi un successo.

Il clima
«Si arriverà finalmente a qualcosa di concreto?», gli chiedono in relazione al vertice parigino. «Io non ne sono sicuro – è la risposta –, ma posso dire: adesso o mai. Ogni anno i problemi sono più gravi. Siamo al limite di un suicidio e sono sicuro che quasi la totalità di quelli che partecipano alla Cop21 hanno questa coscienza». Io ho fiducia – afferma – «che questa gente farà qualcosa e prego per questo».

Gli islamici e il fondamentalismo
«Oggi – racconta il Papa – sono andato in moschea, ho pregato in moschea e l’imam è salito in papamobile per fare il giro al piccolo stadio». Gli chiedono anche se di fronte al pericolo del fondamentalismo, i leader religiosi debbano intervenire di più in campo politico. «Se questo vuol dire fare politica, no – è la sua risposta –. Ma si può fare una politica indiretta con la predicazione dei valori veri. A cominciare dalla fratellanza tra noi. Siamo tutti figli di Dio. E in questo senso si deve fare una politica di riconciliazione. Non solo tolleranza, ma anche convivenza, amicizia. Il fondamentalismo è una malattia che c’è in tutte le religioni. Noi cattolici ne abbiamo alcuni, anzi tanti, che credono di avere la verità assoluta. Il fondamentalismo non è religioso, è idolatrico e spesso finisce in tragedia. Tocca a noi leader religiosi cercare di convincere quelli che hanno questa tendenza».

Quanto al rapporto con l’islam, «i musulmani – dice il Papa – hanno tanti valori e si può dialogare. Io da tanti anni ho un amico musulmano. Non si può cancellare una religione perché in un momento della storia ci sono dei gruppi fondamentalisti. Anche noi cattolici qualche volta lo siamo stati e dobbiamo chiedere perdono. Caterina de’ Medici non era una santa. Ricordo la guerra dei 30 anni e la notte di san Bartolomeo. Il sacco di Roma non l’hanno fatto certo i musulmani». Ad ogni modo niente guerre, dietro le quali ci sono spesso ambizioni e poteri economici. «L’economia di un Paese è in crisi. Si fa una guerra e si risolleva. E chi vende le armi ai terroristi?». Dunque «le guerre sono un peccato, sono contro l’umanità, sono causa di sfruttamento e vanno fermate», perché Dio è il Dio della pace».

Il cosiddetto Vatileaks 2
Due le domande sul processo attualmente in corso in Vaticano. Domande franche, con risposte dello stesso tenore, specie quando la giornalista di Tv2000, Cristiana Caricato, gli chiede: «Come è stato possibile che nel processo di riforma da lei avviato due persone come Vallejo Balda e Francesca Chaouqui siano entrate in una commissione? Crede di aver fatto un errore?». «Io credo che sia stato fatto un errore – risponde Francesco –. Vallejo Balda è entrato per la carica che aveva come segretario della Prefettura degli Affari economici. Come è entrata lei non sono sicuro, ma credo che l’abbia presentata lui come una donna che conosceva il mondo dei rapporti commerciali». Quindi il Papa prosegue: «Hanno lavorato. Quando è finito il lavoro, i membri di quella commissione che si chiamava Cosea sono rimasti in alcuni posti in Vaticano. La signora Chaouqui non è rimasta in Vaticano, perché era entrata per la Commissione e dicono che si sia arrabbiata per questo. I giudici ci diranno la verità. Per me – sottolinea – non è stata una sorpresa, non mi ha tolto il sonno perché hanno fatto vedere il lavoro che è cominciato in Vaticano con la commissione dei cardinali C9: cercare la corruzione».

E a questo proposito papa Bergoglio ricorda che «la corruzione viene da lontano». «Voglio ricordare – afferma infatti – che 13 giorni prima della morte di san Giovanni Paolo II, nella via Crucis del venerdì santo al Colosseo, l’allora cardinale Ratzinger ha parlato della sporcizia della Chiesa. Poi nella Messa pro eligendo Pontifice ne ha parlato ancora e noi lo abbiamo eletto per questa sua libertà di dire le cose». Quanto alla durata del processo, il Papa ha ricordato il suo desiderio che tutto finisse prima dell’8 dicembre, data di inizio del Giubileo a Roma. «Ma credo che non si potrà fare», ha aggiunto, per tutelare le esigenze della difesa. «Ringrazio Dio che non ci sia Lucrezia Borgia – ha concluso sul punto con una battuta –. Noi continueremo con i cardinali e con le commissioni a pulire».

L’altra domanda su Vatileaks, più capziosa, suonava così: «Dato che lei ha detto che la corruzione è dappertutto, anche in Vaticano, qual è l’importanza della stampa libera e laica nel suo sradicamento, dovunque si trovi?». Francesco ha fatto notare: «La stampa libera, laica e anche confessionale, deve essere professionale. L’importante è che le notizie non vengano manipolate. La denuncia dell’ingiustizia e delle corruzioni è un bel lavoro. Ma la stampa professionale deve dire tutto, senza cadere nei tre peccati più comuni: la disinformazione (dire la metà), la calunnia (quando non c’è professionalità si sporca l’altro) e la diffamazione che è dire cose che tolgono la fama di una persona. Abbiamo bisogno di professionalità. Poi un giornalista che è un vero professionista, se sbaglia chiede scusa». Nessuno ha fatto nomi, ma è chiaro che sullo sfondo della domanda aleggiavano i “fantasmi” di Nuzzi e Fittipaldi, i due giornalisti sotto processo in Vaticano.

L’Africa e l’Aids
Tra i temi africani poteva mancare l’Aids. «Non è forse il tempo di cambiare la posizione della Chiesa circa l’uso dei preservativi per limitare nuove infezioni da Hiv?», chiedono. «La domanda mi sembra troppo piccola e anche parziale – risponde Francesco – Sì, è uno dei metodi. La morale della Chiesa si trova su questo punto davanti a un quesito. È più importante difendere la vita o che il rapporto sessuale sia aperto alla vita? Ma questo non è il problema. Il problema è più grande. Questa domanda mi fa pensare a quella che fecero a Gesù: “Maestro, è lecito guarire di sabato?”. È obbligatorio guarire – ribatte il Papa –. La malnutrizione, lo sfruttamento, il lavoro schiavo, la mancanza di acqua potabile, quelli sono i problemi. Non se si può usare il cerotto per la ferita. La grande ferita è l’ingiustizia sociale e nell’ambiente. E a me non piace scendere nella casistica, quando la gente muore per mancanza di acqua, perché si continua a trafficare le armi e a fare le guerre che sono il maggiore motivo di mortalità. Quando non ci saranno più questi mali, allora si potrà chiedere: “È lecito guarire di sabato?”».

L’Africa vera
Francesco dice di aver sentito «grande dolore», quando è andato nello slum di Kangemi, a Nairobi. Oppure quando domenica ha visitato l’ospedale pediatrico di Bangui dove i bambini muoiono di malaria e malnutrizione e i medici sono impotenti per la mancanza di macchinari e medicine. «In terapia intensiva non hanno gli strumenti per l’ossigeno», ha raccontato. «L’Africa è vittima, sempre è stata sfruttata da altre potenze. È un continente martire dello sfruttamento». E le cause sono lì sotto gli occhi di tutti. «Non ricordo precisamente i numeri, verificateli voi stessi – ha aggiunto il Papa –, ma credo che l’80 per cento della ricchezza del mondo è nelle mani del 17 per cento della popolazione. È un sistema economico dove al centro c’è il dio denaro. Una idolatria. Che si ha quando un uomo perde la carta di identità di essere figlio di Dio e si cerca un dio alla sua misura. Se l’umanità non cambia – ha ammonito –, continueranno le miserie, le tragedie, le guerre, i bambini che muoiono di fame, l’ingiustizia. Cosa pensa questa percentuale che ha in mano l’80 per cento della ricchezza del mondo? Questo non è comunismo, ma la verità».

Francesco ha comunque rivelato che ciò che lo ha colpito di più è stata «la folla, la gioia, quella capacità di far festa con lo stomaco vuoto. Per me l’Africa è stata una sorpresa. Le persone hanno il senso dell’accoglienza molto grande, perché sono felici di essere visitati». Poi ripensando alle tre tappe, ha aggiunto: «Ogni Paese ha la sua identità. Il Kenya è più sviluppato. L’Uganda ha l’identità dei martiri. La Repubblica Centrafricana la voglia di pace, di riconciliazione, di perdono. Fino a poco tempo fa hanno vissuto come fratelli. Adesso si faranno le elezioni. Vogliono la pace. Niente odio».

I prossimi viaggi
«Credo che il prossimo viaggio sarà in Messico, ma non ci sono ancora le date». Il Papa ha confermato che si recherà in pellegrinaggio alla Vergine di Guadalupe e per questo toccherà Città del Messico. Le altre tappe (nel Chapas, a Ciudad Juarez e a Morelia) sono state scelte perché mai toccate dai precedenti viaggi dei Papi nel Paese. «Se un giorno tornerò in Africa? Sono anziano, i viaggi sono pesanti», ha risposto poi, aggiungendo che nel 2017 potrebbe tornare ad Aparecida in Brasile. Per l’Armenia «c’è la promessa di andare, ma non so se sarà possibile».
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