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Incontro a Cuba. L'analisi
Francesco e Kirill, un passo da giganti nella lunga marcia ecumenica
Mimmo Muolo
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“Una porta rimane aperta fino a che non viene chiusa”. Era il 5 giugno del 2000 quando l’allora portavoce vaticano Joaquin Navarro-Valls commentava così i segnali di freddezza provenienti da Mosca circa un incontro tra Giovanni Paolo II e Alessio II, il predecessore di Kirill.

Sedici anni dopo il sogno più volte accarezzato da Papa Wojtyla (che nel 1997 ci andò molto vicino) e anche da Benedetto XVI dopo di lui, si realizza finalmente grazie all’opera di riavvicinamento portata avanti con discrezione e quasi del tutto sotto traccia da Papa Francesco e dall’attuale patriarca di Mosca.

Certo, come ebbe a dire qualche tempo fa lo stesso Kirill, nessuno si illude che basti un incontro a risolvere tutti i problemi ancora aperti nelle relazioni tra le due Chiese. Ma questo incontro storico – il primo in assoluto dopo lo scisma del 1054, cinquantadue anni dopo l’altra prima volta tra un Papa e il patriarca ecumenico di Costantinopoli – è un gigantesco passo avanti, la rimozione di una pietra tombale sui rapporti tra Roma e Mosca, che nei secoli era stata resa ancor più pesante da pregiudizi e ostilità reciproche (basti leggere i Fratelli Karamazov di Dostojesvski per rendersene conto) e che neanche Papi ad alta sensibilità ecumenica come Paolo VI, lo stesso Giovanni Paolo II e Benedetto XVI erano riusciti a ribaltare.

Oggi si può dire che le relazioni con la Terza Roma (così come storicamente è definita Mosca) risorgono a vita nuova. Punto di partenza per un cammino ancora lungo. E allo stesso tempo punto di arrivo di un itinerario altrettanto esteso (e in alcuni casi tortuoso) fatto di alti e bassi, tra frizioni e disgelo, ma soprattutto di un "martirio della pazienza", che in molti casi, dopo la fine dell’Unione Sovietica, si è sostituito a quello vero, patito dalle due Chiese ad opera della dittatura comunista.

Paradossalmente, però, proprio il ritorno alla libertà ha finito per rendere in alcuni frangenti ancora più difficili i rapporti. Le richieste della comunità di rito orientale ma in comunione con Roma (i cosiddetti “uniati” ucraini, termine spregiativo coniato dagli stessi ortodossi) di riavere indietro i beni a suo tempo sequestrati da Stalin e affidati alla Chiesa di Russia hanno innescato negli anni ’90 litigi e incomprensioni.

Alimentati anche dalla spinta missionaria della Chiesa cattolica nei territori ex sovietici, avvertita però come proselitismo da parte di Mosca. Probabilmente non ha aiutato neanche la scelta di nominare nel 1991 un vescovo di origine polacca, monsignor Tadeusz Kondrusiewicz, amministratore apostolico per tutta la Russia Europea. E soprattutto quella dell'11 febbraio 2002, quando Giovanni Paolo II provvide alla riorganizzazione della Chiesa in Russia erigendo quattro diocesi tra le quali l'arcidiocesi della Madre di Dio a Mosca di cui Kondrusiewicz fu nominato primo arcivescovo (le altre sono San Clemente a Saratov, Diocesi della Trasfigurazione a Novosibirsk, San Giuseppe a a Irkutsk e la Prefettura apostolica di Južno-Sachalinsk, nelle isole Sachalin e Curili).

Fu quello il momento di maggior gelo nei rapporti con Mosca, con il patriarcato che accusò il Vaticano di voler fare proselitismo tra i fedeli ortodossi, mentre la decisione del Papa era dettata soprattutto dalla necessità di assicurare una cura pastorale al piccolo gregge cattolico, disperso dalle deportazioni di Stalin, ma non annientato.

In precedenza, era il 1997, un incontro tra Giovanni Paolo II e Alessio II era stato vicinissimo a realizzarsi a Graz, in Austria. Ma la ferma opposizione della parte più conservatrice del Sinodo moscovita, lo aveva fatto saltare. Così che l’anno successivo, quando Eltsin aveva nuovamente incontrato il Papa in Vaticano, pur ripetendo l’invito a Mosca già fatto nel 1991, e prima di lui da Gorbaciov, aveva però fatto precisare che tale visita avrebbe potuto svolgersi solo dopo una sistemazione dei rapporti tra le due Chiese.

Con l’elezione di Benedetto XVI nel 2005, e di Kirill nel 2009, è ricominciato il lungo disgelo che ha portato allo storico annuncio dell’incontro. Fu proprio papa Ratzinger a inviare al neo patriarca un messaggio di augurio e un calice, "pegno del desiderio di giungere presto alla piena comunione". Da allora Vaticano e Patriarcato si sono spesso trovati d’accordo su molti temi etici (per esempio la difesa della famiglia, anche in occasione del duplice recente Sinodo voluto da Papa Francesco). E i contatti si sono incrementati con l’avvento di Francesco, al punto che, lo scorso autunno, la Libreria Editrice Vaticana ha pubblicato (una prima volta anche questa) un libro del Patriarca.

Ora, come detto, siamo alla svolta decisiva. Il disgelo con Mosca (la Chiesa ortodossa numericamente più importante) va ad aggiungersi al cammino di fraternità già intrapreso da tempo con Costantinopoli. E forse non è un caso che questo annuncio giunga pochi giorni dopo l’altra storica notizia della convocazione del Sinodo panortodosso di giugno a Creta. Papa Francesco, dal canto suo, nell’Anno Giubilare, spalanca insieme a Kirill, quella “porta” che solo 16 anni fa sembrava destinata a restare ostinatamente chiusa.

In questi frangenti, inoltre, non è possibile non fare un accostamento con l’altro spiraglio apertosi da poco con la Cina. Evidentemente, da est a ovest, da sud a nord, la visione geo-politico-religiosa di papa Bergoglio (che ha già prodotto il “miracolo” della riappacificazione tra Usa e Cuba, dove non a caso avverrà l’incontro con Kirill) si è dimostrata ancora una volta lungimirante e feconda. Francesco non è partito da zero e ha fatto tesoro degli sforzi dei suoi predecessori. Ma al contempo ha la capacità di imprimere alla storia un’accelerazione mai vista prima. Come questo annuncio conferma.
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