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L'OMELIA
L'omelia di mons. Beschi per i 35 anni dalla morte di Paolo VI
L’icona evangelica della Trasfigurazione illumina coloro che ascoltano la Parola di Gesù, il suo Vangelo. Nella tradizione spirituale dell’icona, l’immagine dipinta non viene illuminata, ma è lei stessa fonte di illuminazione. Così nella Trasfigurazione, Gesù illumina i suoi discepoli e tutti coloro che ascoltano la sua voce mostrando nella sua umanità crocifissa la sapienza e la potenza della Gloria di Dio, che è il suo amore per ogni uomo, per tutto l’uomo, per tutti gli uomini. “Io sono la Luce del mondo”, dirà durante la “festa delle luci”: non una luce fredda che rende freddo anche ciò che illumina, ma una luce calda che rallegra il cuore dell’uomo e lo trasforma con il suo calore.

Noi annunciamo Cristo crocifisso, sapienza di Dio e potenza di Dio per la salvezza dell’uomo. In questo Anno della fede riecheggia il tema della luce, in modo particolare nella prima enciclica di Papa Francesco, che ha assunto il prezioso lavoro del suo predecessore Papa Benedetto. Il testo si apre con le parole di Gesù: “Io sono venuto nel mondo come luce, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre” (Gv 12,46).  La luce della fede si alimenta della luce di Cristo, come, nella Veglia pasquale, il piccolo cero di ciascuno si accende a quello del Cristo risorto: “alla tua luce vediamo la luce”. Anche la luce della fede non è semplicemente quella di una diversa conoscenza, ma è una luce viva, una luce che risplende nell’incontro con il Signore risorto, una luce che si alimenta alla fede della Chiesa, una luce che trasforma la vita.
Ecco: mi piacerebbe, terminando, d'essere nella luce… Quanto a me vorrei avere finalmente un nozione riassuntiva e sapiente sul mondo e sulla vita: penso che tale nozione dovrebbe esprimersi in riconoscenza: tutto era dono, tutto era grazia… (Paolo VI - Pensiero alla morte)

Questa nozione sapiente e riassuntiva non è solo uno sguardo, ma diventa un modo di essere. La riconoscenza. Paolo VI desidera d’essere nella luce, proprio nel momento in cui tutto si oscura, proprio quando viene la notte. Nello Scorzelli rappresenta questo desiderio e il suo compimento in una delle splendide formelle che compongono il memoriale del Papa nella Cattedrale di Brescia. Rappresenta Paolo VI che muore, in posizione capovolta come Pietro, avendo davanti ai suoi occhi l’immagine della Trasfigurazione, appena accennata sul bronzo dorato e mosso, che continuamente riverbera luce. E’ un’immagine delicata e dolcissima, che evoca non solo il passaggio, non solo la coincidenza con la festa della Trasfigurazione, ma anche il mistero del Cristo crocifisso e risorto, cuore della fede del Papa, della Chiesa, del Concilio.

La luce del Cristo trasfigurato evoca una bellezza immediatamente riconosciuta e apprezzata dai discepoli, per la voce di Pietro: “…E’ bello per noi stare qui…”. Non si tratta di una bellezza solamente estetica: si tratta di una bellezza impegnativa, principio di una trasformazione della storia. Si tratta della bellezza che alimenta la continua ricerca del rapporto tra fede e cultura così intensamente e drammaticamente prospettato da Paolo VI; si tratta del conseguente rapporto tra fede e vita dell’uomo, che avvertiamo riproposto con profonda energia spirituale nei primi gesti e insegnamenti di Papa Francesco. E’ la bellezza del Cristo, che la Chiesa vuole rispecchiare e nello stesso tempo riconoscere in ogni uomo, a partire da coloro che in modo più evidente ci consegnano l’immagine del Crocifisso stesso.  Rivolgendosi ai poveri campesinos nel suo viaggio in Colombia, Paolo VI diceva a loro e al mondo:

“Voi siete un segno, voi un’immagine, voi un mistero della presenza di Cristo. Il sacramento dell’Eucaristia ci offre la sua nascosta presenza viva e reale; mai voi pure siete un sacramento, cioè un’immagine sacra del Signore fra noi, come un riflesso rappresentativo, ma non nascosto, della sua faccia umana e divina…Noi Ci inchiniamo davanti a voi e vogliamo ravvisare Cristo in voi quasi redivivo e sofferente…” (Bogotà – Messa per i campesinos – 23 agosto 1968)

E’ la luce della Trasfigurazione che non ci trattiene sul monte, ma che ci spinge ad una discesa nelle profondità a volte oscure della vicenda umana, per consegnare attraverso la passione evangelica, la luce della speranza. Le periferie esistenziale indicate da Papa Francesco, ripropongono con evidente efficacia evangelica quella proiezione verso i poveri del mondo che faceva dire a Paolo VI: “Noi conosciamo le condizioni della vostra esistenza: sono per molti di voi condizioni misere, spesso inferiori al bisogno normale della vita umana. Voi ora Ci ascoltate in silenzio; ma Noi piuttosto ascoltiamo il grido che sale dalle vostre sofferenze e da quelle della maggior parte dell’umanità. Noi non possiamo disinteressarci di voi; Noi vogliamo essere solidali con la vostra buona causa, ch’è quella dell’umile popolo, della povera gente”. (Bogotà – Messa per i campesinos – 23 agosto 1968)

Il memoriale di Scorzelli rappresenta l’apertura della Porta Santa in occasione dell’anno giubilare. Il Papa è inginocchiato, curvo e proteso, con la mano aggrappata al pastorale in forma di croce. E’un’immagine grandiosa del suo Pontificato e della missione della Chiesa che lui per primo ha interpretato: è un Papa che si fa carico dell’umanità affaticata e oppressa, dell’umanità dimentica di Dio e proprio per questo spesso dimentica dell’uomo; è il Papa che introduce questa umanità, attraverso la porta della misericordia, all’incontro con la speranza che viene dal Vangelo e che la Chiesa è chiamata ad offrire a tutti. Compito immane al quale è possibile ottemperare solo aggrappandosi alla Croce rappresenta dal suo pastorale, realizzato, per altro, dallo stesso artista. Nel recente incontro con i pellegrini bresciani, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’elezione al pontificato di Paolo VI, Papa Francesco evidenziava questa dimensione del servizio del suo predecessore, citandolo: “Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità. La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità» “(Omelia [7 dicembre 1965]: AAS 58 [1966], 55-56). E questo anche oggi ci dà luce, in questo mondo dove si nega l'uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, sulla strada del pelagianesimo, o del “niente carne” - un Dio che non si è fatto carne –, o del “niente Dio” - l'uomo prometeico che può andare avanti -. Noi in questo tempo possiamo dire le stesse cose di Paolo VI: la Chiesa è l'ancella dell'uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l'uomo, ama l'uomo, crede nell'uomo. Questa è l'ispirazione del grande Paolo VI. (Pellegrinaggio della Diocesi di Brescia)

In questo Anno della Fede, abbiamo celebrato il cinquantesimo anniversario dell’apertura del Concilio, della morte di Papa Giovanni XXIII (che avremo la gioia di vedere canonizzato con Giovanni Paolo II), della elezione di Paolo VI (che auspichiamo di poter veder presto beatificato). I due Papi del Concilio hanno coltivato tra loro una profonda e fraterna amicizia, pur nella diversità delle loro origini, della loro formazione e della loro indole. Nelle parole indirizzate dall’allora Cardinale di Venezia all’Arcivescovo di Milano, in occasione della sua Ordinazione episcopale, riconosciamo la profondità di un rapporto che è diventato, nelle meravigliose disposizioni della Provvidenza, sorgente di rinnovamento e di speranza per la Chiesa e l’intera umanità. “Compiremo insieme il sacramentum voluntatis Christi di S.Paolo. Esso impone l’adorazione della Croce: ma ci riserba, accanto ad essa, una sorgente di ineffabili consolazioni anche per quaggiù, finchè ci durerà la vita e il mandato pastorale.” (Venezia 12 dicembre 1954)

Mons. Francesco Beschi, Vescovo di Bergamo
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