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Giornata della Pace
Sant'Egidio in marcia in 800 città
 
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Usciamo dalle nostre case per dire no alla guerra. E’ la sollecitazione che arriva dalla Comunità di Sant’Egidio che, come ogni primo gennaio, ha convocato in 800 città di tutto il mondo marce per la pace, quest’anno contro l’indifferenza, come indicato da Papa Francesco.

Sotto il titolo "Pace in tutte le terre", a Roma, un corteo ha partecipato a San Pietro all'Angelus, ricordando i conflitti ancora aperti nel mondo e per chiedere di vincere la rassegnazione di fronte alle guerre e al terrore, di favorire l’accoglienza e l’integrazione fra i popoli, di rendere più umane e vivibili le periferie del mondo. Riportiamo l'intervista a intervistato Marco Impagliazzo, presidente di Sant’Egidio, alla Radio Vaticana.

" Non conoscere le situazioni, non interessarsene, delle situazioni di guerra, di violenza, non pregare per la loro soluzione ci allontana dalla conquista della pace - afferma Marco Impagliazzo -. Invece, come cristiani, dobbiamo ogni giorno agire perché la pace venga e venga presto. Dunque, la mobilitazione è la prima risposta contro l’indifferenza. Il nostro messaggio è: non cambiate canale. Quando si ascoltano notizie di guerre, quando si sente parlare di gente che soffre, non cambiamo canale ma informiamoci, partecipiamo di questo dolore perché già esprimere solidarietà è un modo di alleviare le ferite e le difficoltà di tanti popoli."

Sant’Egidio puntualmente cerca di ricordare alle persone che esistono parti del mondo che soffrono ma che non vengono nominate.

"Ci sono situazioni in Africa, per esempio che, con il viaggio del Papa, sono state messe in grande evidenza, come il conflitto del Centrafrica, dove si è appena assistito alle prime elezioni pacifiche dopo tanti anni di guerra e di conflitto. Ci sono poi i conflitti come quello di Mindanao, in cui ci sono ancora cristiani che soffrono per la violenza terrorista nelle Filippine, di matrice jihadista. Ci sono conflitti legati alla violenza, penso al Centroamerica, in questo momento, in particolare il Salvador e l’Honduras, travolti da un’ondata di violenza da parte delle cosiddette “maras”, le gang giovanili che seminano il terrore in quei Paesi. C’è la violenza legata al narcotraffico in Messico, dove il Papa si recherà nel mese di febbraio, proprio per parlare e accendere una luce su questa piaga. Ecco, si potrebbe continuare. Ma su tutto bisogna dire che in realtà oggi avremmo i mezzi per informarci. Allora, l’indifferenza si vince innanzitutto non pensando che queste questioni sono troppo lontane da noi per non poter far qualcosa per esse."

Pensiamo a quando le persone aprono gli occhi, quando poggiano il loro sguardo su situazioni che ne hanno tratto beneficio e che in questo 2015 sono in qualche modo una fiammella di speranza.

Credo che oggi noi dobbiamo essere molto contenti per ciò che sta accadendo in Centrafrica – ripeto –perché questo è uno snodo, perché lì si vede come ci possa essere anche il superamento della logica della guerra di religione. Le notizie positive derivano dal fatto che oggi ci sono molti motivi in più perché le religioni – cristiani, musulmani, ebrei, ma anche le altre religioni asiatiche – lavorino insieme per la pace. L’islam è stato messo duramente alla prova esso stesso dalla violenza del terrorismo e sappiamo quanti morti ci sono tra i sunniti e tra gli sciiti. E in fondo, tanti musulmani hanno scelto oggi di manifestare per la pace e contro il terrorismo, andando anche al di là di alcune ambiguità di alcuni loro Stati o di certa loro opinione pubblica. Questo anche è un fatto positivo: che una parte del mondo musulmano veramente si stia risvegliando alle ragioni della pace.

In questo momento le città europee sono sconvolte dall’assoluto e totale fallimento – almeno, così sembra – dell’integrazione. Forse è anche, e soprattutto, dentro casa nostra che dobbiamo guardare?

C’è una pace da cercare, sì, a casa nostra, nella nostra Europa che sta diventando veramente un continente della coabitazione, dell’incontro tra popoli, culture e religioni diverse e questo è un bene perché significa che l’Europa attrae. Però, a questa attrazione non sempre corrisponde una coesione sociale, un vivere insieme nella pace come dovrebbe essere. Allora io penso che il tema della pace oggi si ponga a partire dalle nostre periferie, dalla scelta che sia i nostri Stati, ma anche semplici cittadini, devono fare ogni giorno, di conoscere l’altro, di superare l’indifferenza. Perché un conto è amare i valori, e quelli li amiamo tutti, ma la vera sfida, oggi, è amare le persone: questa sfida, se vinta, sarà veramente la sfida che vincerà anche il terrorismo o la tentazione di giovani, anche europei o europei di prima o seconda generazione, di entrare tra i “foreign fighters” o di trasformarsi in terroristi. Dunque, dobbiamo vincere questa sfida amando gli altri, incontrandoli e conoscendoli. Così si porterà avanti la cosiddetta società del vivere insieme e si farà crescere la coesione sociale, a partire dai fondamenti della nostra cultura, che è cultura europea fondata sul diritto, fondata sulla solidarietà, fondata sulla libertà, sui grandi valori fondatori dell’Europa, ma con il contributo anche di chi viene e ci porta altri valori e altre culture.

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