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NEO-CARDINALE
Julien Ries: la vera sfida è sulla persona
Lorenzo Fazzini
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Non c’era nessun indizio per questa nomina. Per me è stata una grande sorpresa. Sento una grande riconoscenza per il Santo Padre». Julien Ries sorride quando gli si domanda se lo si debba chiamare ancora professore o cardinale visto che nel Concistoro di sabato verrà elevato al rango cardinalizio. Il 92enne professore dell’Università Cattolica di Lovanio, in Belgio, vanta alcuni meriti accademici fuori dal comune: può essere considerato il fondatore di una disciplina scientifica (quell’antropologia religiosa che lo vede impegnato in corsi universitari dal 1968); le Edizioni Jaca Book hanno in corso la pubblicazione della sua Opera Omnia, privilegio accordato a pochi pensatori mentre erano ancora in vita (due nomi su tutti: i teologi Henri De Lubac e Joseph Ratzinger).

Una grande sorpresa questa nomina?
Assolutamente sì. Non c’era nessun segno che la facesse presagire. Il 5 gennaio, alla sera, il nunzio apostolico qui in Belgio è venuto a trovarmi. Abbiamo parlato del più e del meno e poi mi ha comunicato la decisione del Pontefice: «Il Santo Padre le domanda di accettare di essere creato cardinale». La mia prima reazione è stata di grande sorpresa. Ci ho riflettuto sopra un pochino: dovevo dare la risposta in fretta perché l’indomani il Papa doveva dare l’annuncio! Nel corso del tempo le cose si sono precisate e ho capito che questa nomina derivava dal mio impegno intellettuale: oltre ai cardinali di Curia e a quelli delle diocesi, il Papa ne nomina alcuni per i meriti del loro lavoro scientifico e perché hanno dato importanti chiarificazioni alla Chiesa e ai cristiani di fronte alle sfide della mondializzazione.

Quali sono le sfide che lei vede maggiormente pressanti oggi per il cristianesimo?
L’uomo, la sua dignità, il suo ruolo nella società e nel mondo contemporaneo: già qui c’è un ventaglio di questioni antropologiche molto importanti. Su questo si sono concentrate l’antropologia sociale, quella culturale, marxista e strutturalista. Io, da 40 anni, cerco di spiegare che l’uomo è un essere religioso fin da quando esiste, ovvero da 2 milioni di anni. L’uomo fa esperienza del sacro sin dai suoi primordi e la sua coscienza razionale si è sviluppata non in senso fisico ma come coscienza della sua esistenza nel mondo e della presenza di un Essere trascendente al di là del mondo terreno.

Lei citava il pensiero marxista e strutturalista: queste proposte restano ancora un «rischio» per il cristianesimo?
Il marxismo rimane forte nei Paesi comunisti ma anche in quelli occidentali per coloro che sono stati educati secondo questa filosofia. Il marxismo è estremamente pericoloso per i cristiani perché non dà valore all’uomo singolo ma solo alla collettività. Così, l’uomo non ha un legame individuale con il sacro. Invece nel mio lavoro mostro che esiste un’antropologia religiosa fondamentale che accomuna greci, romani, buddisti, induisti: è l’esperienza del sacro.

E lo strutturalismo?
La proposta di Claude Lévi-Strauss comincia a essere superata. Lui ha fondato la sua antropologia sui miti, mostrando che questi alimentano la cultura. Ma ai miti non riconosceva nessun valore né messaggio: sosteneva che erano solo delle attività della corteccia celebrale! Da questa posizione si capisce come lo strutturalismo scada nel materialismo e nel marxismo! Lévi-Strauss ha avuto un successo immeritato. Come gli disse un giorno il filosofo Paul Ricoeur: «Lei è un uomo affascinante ma anche pericoloso!».

Sabato scorso è stato ordinato vescovo, scegliendo come motto le parole di Paolo «Caritas Christi urget nos». Sorprende, in un uomo di cultura, il richiamo all’amore, e non, ad esempio, alla verità, alla coscienza, al sapere…
Sì, ho scelto una parola biblica che tocca di più il cuore che non la testa. Ma l’amore è fondamentale: l’evangelista Giovanni ci dice che Dio è amore. Paolo ha cercato di mostrare che solo l’amore spinge l’uomo in avanti. Oggi tale valore diventa decisivo di fronte alla violenza, al disprezzo della dignità dell’uomo, alle miserie del mondo. La condivisione dell’amore è una questione antropologica.

Quali sono stati i suoi rapporti, da studioso, con il teologo, poi cardinale, quindi pontefice Joseph Ratzinger?
L’ho incontrato più volte, ad esempio al Meeting di Rimini. E già nel 1978 mi aveva omaggiato di un suo libro sull’escatologia con questa dedica: «Al grande storico delle religioni Julien Ries». Ora vado a Roma con grande riconoscenza nei suoi confronti. E con la consapevolezza che il lavoro da me fatto in tanti anni a servizio della fede è stato riconosciuto al più alto grado nella Chiesa.
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