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Chiesa
L'INTERVISTA
Schönborn: «Un grande invito alla conversione»
Mimmo Muolo
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​C'è un perfetto parallelismo tra questo Anno della fede proclamato da Benedetto XVI e l’analoga iniziativa di Paolo VI nel 1967. Parola del cardinale Christoph Schönborn, arcivescovo di Vienna e uno tra i più apprezzati teologi contemporanei. Reduce dall’incontro di San Gallo, dove ha partecipato all’Assemblea dei presidenti delle Conferenze episcopali europee, il porporato austriaco si appresta a vivere l’Anno della fede con una convinzione ben precisa. «Papa Montini – afferma, infatti –, si era reso conto che tutte le innovazioni del Concilio, se non fossero diventate un approfondimento della fede, avrebbero rischiato di risolversi in un fallimento. Certo il contesto era molto diverso da quello di oggi. Ma anche adesso, 50 anni dopo l’inizio del Vaticano II, il Papa ci invita a ripensare in profondità la nostra fede».

Qual è il fulcro di questo Anno, a suo avviso?
Quando si parla di fede, si parla di conversione. E quindi il cuore dell’Anno della fede è la nostra conversione. Siamo in una situazione di crisi, è vero. Crisi economica, finanziaria, morale, ma in fondo il mondo è sempre in crisi. Guardiamo a questo fatto anche in positivo. In altri termini la crisi deve spingerci alla conversione, cioè a un ritorno a Dio. Quindi, ripeto, il cuore dell’Anno della fede è la mia, la tua, la nostra conversione a Gesù e al suo Vangelo. E questa sarà alla fine la risposta a tutte le crisi: economica, personale, della famiglia e dell’intera società.

Qual è, dal suo punto di vista, lo stato di salute della fede in Europa?
Se guardiamo a certi indicatori esterni, come la pratica religiosa domenicale, la frequenza del sacramento della Penitenza, il numero dei matrimoni e dei divorzi, non c’è dubbio che i dati possano essere letti come elementi di crisi. Nella mia Austria, come in tutta Europa, c’è una discesa continua della percentuale di coloro che vanno a Messa la domenica. Ma questo è lo sguardo esteriore. Io però mi chiedo: ci si può fermare a questo per dire che la fede in Europa è debole? E da dove ci deriva la certezza che la fede fosse effettivamente più forte 50 o 70 anni fa quando le Chiese erano piene?

E allora?
E allora voglio dire che gli indicatori esterni sono importanti, ma non decisivi. Noi invece dobbiamo tornare ad avere uno sguardo biblico sulla fede. Quando Abramo ha contrattato con Dio per salvare Sodoma e Gomorra, dieci giusti sarebbero bastati. Ci sono dieci credenti qui tra di noi? Benedetto XVI ha spesso parlato di un concetto teologico essenziale: la sostituzione. Nessuno crede per se stesso. Una semplice donna, come la vedova del Vangelo che depone l’obolo nel tesoro del Tempio, così come una persona che vive profondamente la fede possono trascinare una città intera. Il mistero della fede non è misurabile con la quantità, ma con l’intensità. Io ho avuto la grazia di conoscere Padre Pio quando avevo 16 anni. E quest’uomo con la sua fede ha smosso milioni di persone. Dunque, lo scopo dell’Anno della fede è l’invito a ritornare a una fede viva. E in definitiva alla santità.

Qual è oggi l’ostacolo maggiore perché ciò avvenga?
Il più grande ostacolo alla fede oggi in Europa, lo trovo nella mia persona. Mi rendo conto che questa argomentazione è poco sociologica e più kirkegaardiana. Ma mi vengono in mente le parole di Madre Teresa a chi le chiedeva che cosa avrebbe cambiato nella Chiesa. «Io e lei», fu la sua risposta. In effetti l’ostacolo maggiore, oggi, è questo «io peccatore» che non lascia entrare Dio nella sua vita.

Dunque lei non crede che individualismo, relativismo, indifferenza siano i pericoli maggiori?
Certo, ci sono condizioni sociali che impediscono il radicarsi e il diffondersi della fede. E credo che in una società del divertimento come la nostra l’annuncio sia più difficile. Ma nulla di nuovo sotto il sole. Basta leggere ciò che ha scritto Pascal sul divertimento già alla sua epoca. Il pericolo di essere superficiali esiste da sempre, anche se oggi con i nostri strumenti elettronici siamo ancora più tentati dall’esteriorità. Ma fondamentalmente l’ostacolo è quel non ascoltare Colui che sta alla porta e bussa e ci aspetta. È questo il mistero di ogni vita. E per questo il mondo ha bisogno di testimoni che colpiscano la gente con la loro fede. Una persona che si dona veramente a Dio può attirare tante persone, come abbiamo visto fare a Giovanni Paolo II con milioni di giovani.

Quale programma pastorale, dunque, per questo Anno della fede?
Ognuno riveda la propria fede nel confronto con la Parola di Dio e mettendo l’accento sulla preghiera. Perché la riscoperta della preghiera è l’alpha e l’omega di tutto. E poi testimonianza e condivisione. Come ha affermato più volte Benedetto XVI, un cristiano non è mai solo.

Quale deve essere il ruolo dei media cattolici?
I media, soprattutto quelli cattolici, possono fare molto. Ricordo la famosa frase di Paolo VI nella Evangelii nuntiandi. Oggi non sono i dottori che attirano, ma i testimoni che convincono. E se i dottori convincono, è perché sono testimoni. Penso dunque che i media cattolici possono fare tanto nel diffondere la voce di testimoni e le ragioni della fede. Anche in questo il Papa è maestro, perché ha il dono straordinario di parlare un linguaggio comprensibile da tutti, in quanto semplice, chiaro e argomentativo.
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