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Rocchetta: «Quell’amore umile che cambia il mondo»
Luciano Moia
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​Quando il Papa ieri mattina ha pronunciato per la prima volta la parola tenerezza, monsignor Carlo Rocchetta ha sentito un tuffo al cuore. «Ma ha detto proprio così? Ha parlato di tenerezza?», ha chiesto quasi incredulo a un collaboratore che stava seguendo insieme a lui l’omelia di papa Francesco. Dopo qualche minuto, un altro riferimento alla tenerezza. E poi un altro ancora. E ancora. «Ha citato la parola tenerezza per sette volte. Se avessi voluto chiedere un regalo più grande a questo Pontefice per il nostro decimo compleanno non avrei potuto sperare in nulla di meglio». Proprio ieri infatti la "Casa della tenerezza" di Perugia guidata da monsignor Rocchetta ha spento la decima candelina. La struttura, pienamente inserita nell’attività pastorale diocesana dall’arcivescovo Gualtiero Bassetti, è un comunità impegnata nella formazione e nell’accompagnamento di fidanzati, coniugi in difficoltà, separati, ragazzi problematici (vedi box). A rendere unica la "casa", al di là dell’impegno di tanti sposi, anche un ricco fermento teologico che si muove appunto sulla frontiera della tenerezza. Rocchetta, già docente di teologia sacramentaria alla Gregoriana e alla Facoltà teologica di Firenze, ha scritto il primo saggio sull’argomento nel 2000. Titolo, appunto, "Teologia della tenerezza. Un vangelo da riscoprire". Da allora un’altra decina di testi, tutti giocati sulla stessa intuizione. L’ultimo saggio, "Abbracciami. Per una terapia della tenerezza" (Edizioni Dehoniane), sarà in libreria tra pochi giorni.

Monsignor Rocchetta, agli occhi di tante persone la tenerezza appare un sentimento un po’ sdolcinato, da cuori teneri. E invece?
E invece è fortezza d’animo. Dostoevskij la descrive come "forza dell’amore umile". È un sentimento robusto, non è la virtù della debolezza o delle smancerie, non è tenerume, ma la capacità di prendersi cura di tutti con il sorriso e con un atteggiamento costruttivo.

Cosa aggiunge la tenerezza alla dimensione della fede?
La disponibilità al cambiamento, alla conversione. La tenerezza apre il cuore a Dio. Il Papa in questi giorni ha parlato spesso di misericordia e ieri ha sottolineato ripetutamente l’esigenza di guardare chi ci accanto con tenerezza. Ecco, direi che tenerezza e misericordia sono inseparabili. Una non può reggersi senza l’altra.

Qualcuno ha detto che il Novecento è stato il secolo della misericordia. E quello che stiamo vivendo?
Sarà all’insegna della tenerezza, che aggiunge alla misericordia l’afflato partecipativo dell’amore, il pathos che arriva dal cuore. La tenerezza, potremmo dire, è il sentire affettivo della misericordia. Senza questa sintesi non riusciremmo ad avvicinarsi con l’atteggiamento giusto ai più piccoli della terra, dalla vita nascente agli anziani, dai disabili agli immigrati.

Quindi, anche nella vita quotidiana la tenerezza non è un optional?
Certo. La tenerezza si oppone a due sentimenti negativi: la rigidità e l’egocentrismo. È una disponibilità al cambiamento, a vivere la nostra esistenza nella logica dell’amore. La tenerezza è un viaggio che trasfigura tutto con gli occhi del cuore. Oggi troppe volte i nostri rapporti sono all’insegna della contrapposizione, dell’arrivismo, della collera, della tristezza. Il Papa, indicandoci invece la prospettiva della tenerezza, ci riporta a Cristo che, nella logica della croce, vince il male con il bene.

Quanto sono importanti relazioni familiari segnate dalla tenerezza?
Decisive. Il maschile e il femminile sono il riflesso più luminoso dell’eterna tenerezza che dimora nel Dio-Trinità. Ecco perché solo la tenerezza fa emergere la ricchezza dell’altro in uno scambio di doni. Ed ecco perché la coppia è chiamata ad esprimere nel matrimonio la stessa tenerezza di Dio. La famiglia diventa così sacramento della tenerezza del Padre. Quando viene meno la tenerezza comincia la patologia della coppia.

Nel rapporto con i figli la tenerezza può diventare anche scelta pedagogica?
Certo. La tenerezza è quella che mi induce a non usare mai il verbo essere al negativo nei confronti di un bambino: "tu sei incapace, tu sei cattivo", ma di spostare la mia condanna sull’azione: "facendo così hai sbagliato". Tenerezza non è permissivismo. Ma capacità di intervenire rispettando chi mi sta di fronte, chiunque sia.
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