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Stella: preti santi per famiglie sante
Stefania Falasca
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Il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, è alla sua prima esperienza sinodale. Su questo importante appuntamento per la Chiesa che si sta compiendo il cardinale Stella ha voluto lasciarci qualche impressione riguardo allo svolgimento di questi primi giorni di avvio del Sinodo.

Eminenza, si è detto che l’inizio del Sinodo è stato segnato da un clima «positivo e dialogante». Come stanno ora procedendo i lavori?
L’andamento dei lavori segue il tracciato dei temi segnalati nell’Instrumentum laboris. Gli interventi dei padri in aula sono perciò ordinati secondo il tema del giorno e quindi c’è un’organicità, un’unità nel suo insieme e al tempo stesso una grande libertà di esporre con sincerità le proprie osservazioni ed esperienze pastorali maturate nei diversi contesti di provenienza.
 
La vigilia del Sinodo tuttavia aveva fatto presagire un diverso sviluppo...
Non ho visto nessun tipo di irrigidimento, attacco o arroganza verso altri. Non ci sono state le cosiddette risposte ad hominem, «adesso ti rispondo io per le rime». Al contrario l’atteggiamento diffuso è quello del confronto aperto. Siamo immersi in un processo di vero ascolto e riflessione delle diverse realtà e problematiche che vengono presentate ogni giorno negli interventi e nelle testimonianze. Che induce ad aprire gli occhi e il cuore e ad interpellarsi.

È questo l’indirizzo auspicato dal Papa nello spirito di sinodalità...
La sua presenza è incoraggiante per tutti. E penso che sia contento di come stanno andando avanti i lavori.

Lei ha sottolineato l’aspetto della libertà. In che modo si esprime?
In un atteggiamento non precostituito. L’aspetto di libertà si esprime soprattutto negli interventi non programmati. Alla fine della giornata, dalle 18 alle 19, ogni padre sinodale, anche se ha già riferito, può nuovamente intervenire. Dire con brevità liberamente una sua osservazione, un suo pensiero. Sono interventi meno sistematici rispetto a quelli programmati ma portano con vivezza il vissuto quotidiano della Chiesa e dei vescovi. Alcuni hanno parlato anche delle loro esperienze personali nella famiglia. Dicono una storia e talvolta queste sono testimonianze personali di grande effetto. Contributi efficaci. E sono un dato molto interessante di questo Sinodo, a mio avviso.

Può fare qualche esempio?
Ho ascoltato, ad esempio, l’arcivescovo di Guadalajara. Il cardinale Ortega ha parlato della sua numerosa famiglia e dei suoi genitori. Una bellissima testimonianza. I suoi genitori erano gente semplice, del popolo, che non conoscevano il magistero della Chiesa sul matrimonio (a quell’epoca non c’erano i corsi prematrimoniali) ma conoscevano la legge dell’amore e di Dio e hanno dato esempio di Vangelo vissuto. A volte noi pensiamo che le coppie impegnate siano quelle che fanno apologetica, invece sono quelle che vivono nell’amore, si perdonano, si aiutano, accompagnano i figli con amore. Il loro amore cristiano che diviene d’esempio ha dentro di sé il miglior esempio del magistero.

Lei su quale aspetto ha riferito al Sinodo?
Sull’importanza del legame tra sacerdoti e famiglie. I sacerdoti sono partecipi della vita delle famiglie, ne condividono le tappe più importanti, ma a loro volta anche le famiglie aiutano i sacerdoti. La cura delle famiglie ha dirette ripercussioni anche sul fiorire delle vocazioni. Le famiglie hanno da una parte il bisogno di percepire che i sacerdoti credono nella grazia di Dio, che abita e modella il loro cuore di battezzati, uniti nel sacramento del matrimonio, dall’altra i preti hanno bisogno di percepire la fede dei battezzati nel loro essere pastori. Infine ho voluto ricordare un punto che dovrebbe essere fondante di questo Sinodo.

Quale?
Che la santità dei sacerdoti è un fattore sostanziale per la vita cristiana delle famiglie.
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