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La canonizzazione
Dziwisz: «San Wojtyla, il Papa del III millennio»
Mimmo Muolo
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Una settimana dopo la canonizzazione, i sentimenti che continuano a prevalere nell’animo del cardinale Stanislaw Dziwisz sono sempre gli stessi. «Prima di tutto provo una grande gioia – dice l’arcivescovo di Cracovia, che per circa 40 anni è stato al fianco di san Giovanni Paolo II e che lo conosce dunque meglio di ogni altro –. Ma sento anche tanta gratitudine a Dio per il dono che ha fatto alla Chiesa del terzo millennio; a papa Francesco che lo ha canonizzato e a Benedetto XVI che ha aperto il processo di beatificazione e canonizzazione e lo ha beatificato tre anni fa. Ora abbiamo una grande intercessore in cielo».

Qual è lo specifico della sua santità?
L’aver vissuto per Dio e non per se stesso. Così ha servito il Signore e perciò ha servito anche l’uomo, mettendosi a servizio della Chiesa.

Francesco ha detto che Giovanni Paolo II è il Papa della famiglia. Lei che ha vissuto accanto a lui come lo definirebbe?
Il Santo Padre ha sottolineato una caratteristica fondamentale del ministero pastorale di Giovanni Paolo II. La famiglia era la pupilla del suo occhio, già a Cracovia, come dimostra ad esempio il suo libro Amore e responsabilità. Ma a Giovanni Paolo II si possono dare molti titoli. È stato senza dubbio "il Papa dei giovani", che erano per lui la speranza della Chiesa. Inoltre ha introdotto la Chiesa nel nuovo millennio e perciò lo possiamo chiamare "il Papa del terzo millennio". Egli ci ha incoraggiato a iniziare sempre da Cristo e ad aprire a Lui i nostri cuori. Soprattutto ci ha esortato a non avere paura, a non nutrire complessi di inferiorità rispetto al mondo, perché Gesù Cristo è il Signore della storia.

Con quale volto lo ricorda la gente?
I fedeli sono sempre stati colpiti dall’immediatezza e dal calore di Giovanni Paolo II. Chiunque lo ha incontrato di persona, è rimasto impressionato dalla sua personalità, perché aveva la capacità di far sentire importanti tutti, anche quando parlava alle grandi folle. Ma la gente ricorda san Giovanni Paolo II soprattutto come uomo di preghiera. Indimenticabili rimarranno le celebrazioni dell’Eucaristia e la sua capacità di entrare in "contatto" con Dio. Infine moltissimi lo ricordano anche perché non nascondeva le sue debolezze e le malattie. E così ha ridonato dignità e speranza a tanti malati e disabili.

Che cosa ha l’ha colpita maggiormente dei giorni della canonizzazione?
Mi ha colpito la gioia di un gran numero di pellegrini di tutto il mondo. Giovanni Paolo II non cessa di essere la loro guida spirituale. Essi credono e sanno che egli intercede per noi, ci accompagna e ci aiuta nelle nuove sfide che ci troviamo ad affrontare ogni giorno. Mi ha colpito la preghiera dei pellegrini in Piazza San Pietro. E infine mi ha colpito l’enorme fila che si forma ogni giorno alla tomba di san papa Giovanni Paolo II. La gente aspetta 3-4 ore per potersi fermare anche solo qualche minuto in preghiera.

Lei quando ha avuto la certezza di trovarsi a fianco di un santo?
La prima volta che ho incontrato personalmente don Karol Wojtyla è stato a Cracovia nel 1957 ed ero seminarista. Era il mio professore e fui colpito dalla sua spiritualità. Noi spesso lo trovavamo in cappella ed era già "pieno" di Dio. Ma era anche tutto per gli altri, sempre gentile, accogliente, pronto ad aiutare. Poi per dodici anni, dal 1966 al 1978, sono stato il suo segretario personale a Cracovia. Guidava una grande arcidiocesi all’epoca del sistema totalitario e io ero testimone della sua preghiera quotidiana e del suo servizio. Lo stesso quando il 16 ottobre 1978 è diventato vescovo di Roma. La sua santità era ordinaria: senza dubbio un mistico, ma con i piedi per terra, perché conosceva i problemi della Chiesa e del mondo. Infine la sua santità è diventata ancora più evidente nel corso degli anni, quando ha sopportato il dolore in obbedienza alla volontà di Dio.

Com’è oggi il suo rapporto con san Giovanni Paolo II? Lo sente vicino a sé?
Il servizio al suo fianco è stata l’esperienza più importante della mia vita. Questo servizio mi ha preparato a svolgere il mio attuale ministero pastorale. So che san Giovanni Paolo II non mi ha mai abbandonato. Sento la sua presenza e a volte, quando devo risolvere un problema difficile, gli chiedo: "Santo Padre, per favore mi aiuti". E lui mi aiuta.

Qual era il suo rapporto con Giovanni XXIII?
Pur essendo stato nominato vescovo ausiliare di Cracovia di Pio XII, Karol Wojtyla ha vissuto i primi anni di ministero episcopale sotto il pontificato di papa Roncalli, che incontrò di persona nell’ottobre del 1962, quando arrivò a Roma per la prima sessione del Concilio. Più volte mi ha parlato di lui, affascinato dalla sua personalità, dal suo afflato pastorale e dallo zelo per la Chiesa. Assumendo il nome di Giovanni Paolo II, ha voluto porsi in continuità anche con lui. Ed è bello che in un certo senso sia diventato "gemello" di papa Roncalli nella santità.

Ha avuto modo di parlare della canonizzazione con Benedetto XVI?
Durante il pontificato di Benedetto XVI, molte volte ho parlato con lui del processo di beatificazione e canonizzazione. Papa Ratzinger, aveva permesso di avviarlo a tempo di record, ma voleva anche che tutte le regole fossero rispettate. È stata una decisione saggia. Così il processo ha consentito di rivelare lo splendore della santità di Giovanni Paolo II. E io ho gioito molto nel vedere Benedetto XVI concelebrare la canonizzazione.

A questo mondo in crisi economica e morale che cosa direbbe oggi Giovanni Paolo II?
Nella sua Esortazione Ecclesia in Europa c’è scritto: "Uno dei motivi per spegnere la speranza è quella di cercare di imporre un’antropologia senza Dio e senza Cristo". Questa diagnosi di Giovanni Paolo II è esatta e oggi egli la ripeterebbe. Un uomo che vive senza Dio, perde la sua identità e dimentica gli altri. Bisogna tornare a Dio. Questo è l’invito che san Giovanni Paolo II continua a rivolgerci.
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