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TESTIMONI
La grande storia e lo stupore dell'alba
narrati da Ersilio Tonini
Quando è nato lui, il Pontefice era Pio X, e presidente del Consiglio era Antonio Salandra. La prima guerra mondiale era ancora di là da venire, come il fascismo. Ciò che a noi sembra un passato remoto per il cardinale Ersilio Tonini, nato il 20 luglio 1914, è stato contemporaneità.

E fa davvero un singolare effetto scorrere la storia di un uomo nato quando ancora non esisteva la radio, e il cui nome ora si trova su Wikipedia e Facebook. Il gusto della vita, a cura di Paolo Gambi, appena uscito per Piemme, é una biografia che contiene il gusto di rivedere la grande storia attraverso la personale storia di un uomo, che ancora ce la può raccontare.

Figlio di un capobifolco di una cascina del Piacentino, agli occhi del bambino Ersilio il mondo si presenta da subito intenso, drammatico e insieme splendido. Suo padre è tra i fanti sul Piave, sua madre ogni mattina dice con lui le preghiere e gli insegna quel sacro senso di stupore per il creato che era, e forse è ancora, il tesoro delle madri cristiane. L'Emilia, attorno, sobbolle negli scioperi degli anni Venti che lasciano le vacche non munte a morire nelle stalle. Poi sulla scena irrompono le camicie nere. Il Novecento si avvia sulla sua tragica rotta, sotto agli occhi di un bambino di campagna.

Che intanto vive immerso nella regalità della campagna emiliana, tra campi d'oro e aratri ancora trainati dai buoi. «Incantagione», è il termine che Tonini usa per indicare quel mondo splendente. Bello: sembra un incrocio fra "piantagione" e "incantesimo"; o una piantagione di incantesimi. Poi la precoce vocazione, gli studi in seminario accompagnati dalla passione per la filosofia greca; intanto, fuori va preparandosi un'altra più terribile guerra. Che passerà accanto, rapida e nera, al giovane Tonini. Nei giorni della fine del conflitto gli accade di confessare un soldato tedesco morente, di ricevere dalle sue mani l'ultima lettera dalla Germania della figlia bambina. Son cose che non si imparano sui libri, ma solo nella carne: che ogni uomo, anche il nemico, è uomo come te. Il 1948 compare fra le pagine del libro nell'aura di una forte tensione morale e con pochi significativi nomi: Fanfani, Moro, la nobiltà di una nascente Dc.

E poi, poi, corre il secolo e la storia. Parroco a Salsomaggiore, negli anni in cui l'Italia sembra crescere ricca e felice. Vescovo, poi arcivescovo a Ravenna. L'incontro con Enzo Biagi, che porta Tonini in tv dopo averlo valutato con il suo occhio esperto(«In tv questo prete funzionerà benissimo»). L'avvento di Giovanni Paolo II è anche un'amicizia fra due uomini nati lontani, ma con una passione per la vita e per Dio comune. «E poi – scrive Tonini attraverso Paolo Gambi – mi è accaduta questa strana esperienza, di fare il cardinale».

Dice così, come se d'improvviso e inaspettatamente si fosse ritrovato la porpora sulle spalle. Chi conosce Tonini sa che davvero è così, e che è vera quell'ombra di rammarico in lui, quando capí che il tempo delle parrocchie era finito. E già è passata la soglia del 2000 quando Tonini si impegna nella bioetica, nelle battaglie per preservare la naturalità della procreazione umana, mentre sulle riviste internazionali si azzardano idee di clonazione (davvero strabiliante, quanto tempo è passato dal governo Salandra).

Un filo tiene unito questo lungo cammino: lo stupore, la fascinazione quasi ancora infantile che il vecchio ex bambino prova di fronte alla realtà, che sia una spiga di grano o l'elica del Dna. Lui dice che questo stupore glielo ha trasmesso sua madre, in quello sguardo all'alba sui campi. Dice: «Bisogna aver provato questo amore radicale della tua vita per comprendere che le tue mani, i tuoi occhi sono un bene che devi custodire». Che è poi ciò che noi vorremmo dare ai nostri figli, cent'anni dopo; e, speriamo, anche fra i prossimi cento.

Marina Corradi
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