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TESTIMONI DEL VANGELO
«Giovanni Paolo I: innamorato di Dio,
dono per la Chiesa»
​La parabola umana e cristiana di Albino Luciani, il Papa dei 33 giorni, inizia alla vigilia della prima guerra mondiale (17 ottobre 1912) e termina con la sua inattesa morte (29 settembre 1978).
Siamo, dunque, a 34 anni dall’elezione al soglio pontificio (26 agosto 1978) e a 100 anni dalla nascita. Congiunge l’alfa e l’omega della sua parabola da Forno di Canale - la sua prima finestra sul mondo, sino al Vaticano - il «labirinto di Cnosso» , quel filo che attraversa tutte le tappe del suo servizio alla Chiesa e all’umanità, nel segno dell’umiltà, che il 27 dicembre 1958 trova la collocazione nel suo motto episcopale e il 26 agosto 1978 in quello pontificio, e sintetizza la sua persona.

Uomo di intenso spessore spirituale, dalla personalità granitica, totalmente evangelica, di continue letture e approfondimenti, egli ha lasciato un’eredità di grande portata che fa vibrare l’anima di speranza e soprattutto di volontà di riscoprire la bellezza della fede. La sua personalità poliedrica non può dirsi esaurita: per questo l’Opera omnia ci consente di studiarla e approfondirla nell’ampio spettro ecclesiologico.

È difficile parlare di questa eredità spirituale nello spazio di poche righe. Luciani è una figura notevole per la Chiesa, per la sua ecclesiologia vissuta e pensata, ma anche per il suo metodo formativo dei fedeli, per l’evangelizzazione ad gentes, esemplare per il suo utilizzo dei mass media, come pure esemplare è la donazione martiriale della sua vita. Nell’arco dei suoi 66 anni s’intersecano molteplici traiettorie storico-politiche - le due guerre mondiali, la nascita e lo sviluppo dei totalitarismi di destra e di sinistra, lo sterminio degli ebrei, la contestazione giovanile - e quelle ecclesiali: la contesa con la massoneria e il comunismo, il problema del modernismo e la perdita di notevoli strati sociali alla professione della fede cristiana.

Uomo totalmente immerso nella storia del suo tempo, trova tuttavia soluzioni concrete ed efficaci alle grandi questioni che la Chiesa affronta prima e dopo il Concilio Vaticano II. La forza della sua testimonianza di vita e di fede nella potenza dell’amore divino è talmente fuori del comune da farci interrogare sulla profondità e sulla qualità della sua esperienza di Dio.

L’esperienza del divino è una componente centrale della spiritualità di Luciani. Il «suo» Dio è il Dio Creatore, uno e trino, onnipotente e onnipresente, il Dio Signore, il Dio misericordioso, il Dio Figlio, il Dio vivo e vero, il Dio Salvatore e Redentore, il Dio Spirito Santo, ma soprattutto il Dio «Amore intramontabile» , il Dio «Amore incredibile» , il Dio «Padre e Madre», desiderabile sopra ogni cosa. «È l’amore – puntualizza Luciani – che l’ha mosso a discendere […]. Sì, egli è il gran cercatore d’anime e fa festa quando ne può portare una sola a salvezza».

Nei suoi scritti ricorre l’immagine di Dio come Pastore alla ricerca della pecorella smarrita, come Padre attento, condiscendente, misericordioso, come Medico preoccupato di tutte le miserie, come Salvatore che «è e si professa solidale con tutto il genere umano, investito della missione di "riconciliare con sé tutto ciò che esiste sulla terra e nei cieli" (Col 1,20)». Al suo amore gratuito, spontaneo, «avvolgente tutti», ma soprattutto i «cattivi», perché «più bisognosi e più malati», l’uomo deve dare una risposta: «Con affetto e specialmente con le opere.

Non esistono per Luciani esperienze di Dio slegate da Gesù. L’esperienza è possibile soltanto attraverso l’incontro vivo con Cristo, sacramento dell’amore di Dio in mezzo agli uomini e loro via ad una risposta di amore a Dio, che tutto accoglie e di tutto si priva  per essere più autentica nella sua radicalità. Per questo la fede di Luciani si muove all’interno della cornice che consiste nel vivere e comprendere il mistero integrale di Gesù Cristo - «vero Dio e vero uomo» , «tutto per Dio» e «tutto per gli altri», «ritratto vivente del Padre» e sua «perfetta e sostanziale riproduzione» - e, in e per lui, della realtà dell’uomo, della Chiesa e del mondo.
Riflettendo sul mistero del Figlio di Dio, in particolare sull’Incarnazione, sulla vita di povertà e sulla croce, Luciani ammira nell’evento Gesù Cristo l’autosvuotamento, al fine di collocarsi a livello dell’uomo, distante da lui e per di più peccatore, e salvarlo, insegnandogli un nuovo stile di vita : «Essere umile, non riporre la felicità negli onori, nelle ricchezze e nei piaceri del mondo», ma «amare la sua strada dell’umiltà», servire, donare se stesso.

L’irruzione del divino nell’orizzonte dell’uomo è allo stesso tempo estatica, responsoriale, relazionale: suscita la reverente emozione e fa cadere in ginocchio, fa tendere le braccia e prorompere in grida di giubilo e di ringraziamento. La presa di coscienza del proprio disvalore fa abbassare lo sguardo, battere il petto, uscire da sé e abbandonare ogni chiusura egocentrica, per trovare il centro del proprio esistere, il punto di appoggio assoluto del proprio essere, il principio e il fondamento della propria identità e di ogni realtà nel totalmente Altro . Per queste ragioni ogni spiritualità è eminentemente antropologica, meglio: antropocentrica.
Sempre per riaccendere nell’uomo il desiderio della salvezza, portarlo a riscoprire e sperimentare in maniera più profonda il vivere in Cristo, nelle sue omelie brevi, ma ricche e intense Luciani si impone di mostrare i lineamenti caratteristici di amabilità, dolcezza e reciprocità. Il credente dovrebbe vivere una tale esperienza salvifica da poter dire già fin d’ora con san Pietro: «Maestro, è bello per noi stare qui» (Mc 9,5).

L’uomo di Luciani è «oggetto fortunato e privilegiato»: l’amore di Dio Padre, attraverso il sacrificio del Figlio, «sostanziato soprattutto di obbedienza a lui», già trabocca sull’uomo, lo «riscatta e lo libera nel contempo», al di là di ogni attesa e conoscenza (cfr. Ef 3,18). Il vivere, soffrire, immolarsi e risorgere di Cristo è stato il vero grande salto del progresso per l’umanità e per il cosmo. Ora tutto deve crescere in vista di Lui. Ogni uomo deve farsi canale non ostruito, affinché l’amore fluisca e circoli nel corpo del mondo e della Chiesa. Là dove aumenta la presenza di Cristo c’è il vero progresso del mondo. Là dove l’uomo diventa nuovo anche il mondo si fa  nuovo.

Nell’arco del tempo, il volto di Dio - da cui sente di essere amato come da «papà» e «madre», sostanziato dei contenuti e dei valori vissuti e proposti dal Cristo dei Vangeli - si delinea al suo spirito sempre più chiaramente. Appena nel suo cuore vibra il desiderio di consacrarsi totalmente a Dio e, all’annuncio del suo Regno, si sperimenta uomo profondamente rinnovato dalla grazia di Dio, trasferito nella sfera della vita divina e motivato a cantare per quanto il suo Signore ha già realizzato e continua a realizzare nella sua esistenza per una pienezza di vita.

Il primato dell’amore risuona nella trafila della sua vita sacerdotale ed episcopale. La mitra, l’anello, lo zucchetto scompaiono; «mando in vacanza l’adulto ed anche il vescovo, con relativo contegno grave, posato e ponderato, per abbandonarmi alla tenerezza spontanea, che ha un bambino davanti a papà e mamma. Essere, almeno per un’ora, davanti a Dio, quello che in realtà sono con la mia miseria e con il meglio di me stesso: sentire affiorare dal profondo del mio essere il fanciullo di una volta, che vuol ridere, chiacchierare, amare il Signore e talora sente il bisogno di piangere, perché gli venga usata misericordia».

«Vera musica – scrive allora nel settembre 1973 a Casella, musico amico di Dante, nella Lettera immaginaria La musica della riconciliazione – è il riconciliarsi con Dio e l’abbandonare la strada storta, larga e spaziosa. (…) Musica è anche la riconciliazione di noi con i fratelli. Riconciliatevi prima con Dio, rinnovando il vostro cuore, mettendo amore dove c’è odio, serenità dove c’è ira, desideri moderati ed onesti dove c’è cupidigia sfrenata. Una volta rinnovati e cambiati al di dentro guardate fuori con altro occhio e troverete un mondo diverso». E «una volta acceso e affermato nel cuore questo amore, il resto verrà da sé».

Giovanni Paolo I ha attraversato il cielo della cristianità come una meteora, luminosa e fulminea, lasciando un segno indelebile. Pensando a lui non si riesce a sottrarsi alla commozione e alla gratitudine per quanto ha fatto e testimoniato. Che dal cielo egli continui ad essere per tutti un luminoso e vigoroso punto di riferimento, alimentando in noi, come ha sottolineato papa Benedetto XVI, «il coraggio e la forza della fede, che nello stesso tempo è coraggio e forza dell’amore».

Vincenzo Bertolone - arcivescovo di Catanzaro-Squillance
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