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Sinodo: coraggio, umiltà e ascolto
Stefania Falasca
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Il Sinodo reale è cominciato. E ieri alla porta è rimasto quello del pressing mediatico, quello che confonde il coming out dell’ultima ora con la Chiesa in uscita e quello altrettanto ideologico e lobbista che spaccia per difesa della vera fede certo settarismo «fondamentalista».

È cominciato dal primo atto: prendere sul serio quanto il Papa dice. E da oggi inizia la sfida, che è la conseguenza del prendere sul serio le parole di Francesco: far emergere una dottrina approfondita e una pastorale familiare rinnovata, aggiornata, ossia esattamente le finalità che questo Sinodo ordinario, svolgendosi cum et sub Petro, si prefigge.


Al brifing di ieri alla Sala Stampa vaticana il cardinale André Vingt-Trois, arcivescovo di Parigi ha detto: «Se siete venuti a Roma con l’idea di un cambiamento spettacolare della dottrina, ve ne andrete delusi. Bastava  ascoltare le udienze generali del Papa». Chi infatti all’interno dell’assemblea sinodale trascorsa lo ha mai paventato? Si è parlato sì di approfondimento e di sviluppo della dottrina e questo, come fin dal IV secondo la tradizione sostiene, non significa affatto “cambio” della dottrina. Il cardinale ungherese Péter Erdo ha quindi ribadito che il matrimonio è indissolubile. Perché c’è stato forse qualcuno dei padri sinodali che lo ha mai messo in dubbio?


Solo la malafede degli avvezzi alle manipolazioni dall’esterno lo hanno fatto credere, per scopi che esulano dal Sinodo stesso. Nelle parole del Papa le polarizzazioni delle conventicole ideologiche sono bandite, messe a distanza siderale, come ha chiaramente affermato anche di recente ai vescovi statunitensi. Nel suo breve ma incisivo incipit di apertura del Sinodo il Papa ha innanzitutto ribadito cosa è e cosa non il Sinodo, «non è un parlatorio, ne un parlamento» ma «un’espressione ecclesiale» e uno «spazio protetto dove la Chiesa sperimenta l’azione dello Spirito Santo».


Poi, ricollegandosi al monito di guardarsi dalle tentazioni che aveva elencato a chiusura dello scorso Sinodo straordinario, ha ridetto chiaro ai padri sinodali: «Ricordiamo che il Sinodo potrà essere uno spazio dell’azione dello Spirito Santo solo se noi partecipanti ci rivestiamo di coraggio apostolico, di umiltà evangelica e di orazione fiduciosa». E sono tre modi questi che dritti investono l’atteggiamento e la postura da assumere: «Il coraggio apostolico che non si lascia impaurire di fronte alle luci del mondo che tendono a spegnere nel cuore degli uomini la luce delle verità sostituendola con piccole e temporanee luci e nemmeno di fronte all’impietrimento di alcuni cuori, che nonostante le buone intenzioni allontanano le persone da Dio.


Il coraggio apostolico di non fare della nostra vita cristiana un museo di ricordi. L’umiltà evangelica che sa svuotarsi delle proprie convenzioni e pregiudizi per ascoltare i confratelli vescovi e riempirsi di Dio. L’umiltà che porta non a puntare il dito per giudicare i fratelli ma tendere la mano per rialzarli senza mai sentirsi superiori. L’orazione fiduciosa è azione del cuore quando si apre a Dio». Senza mettersi in questa disposizione ha detto infine Francesco, senza questo ascolto di Dio «tutte le nostre parole saranno soltanto parole, che non saziano e non servono. Senza lasciarsi guidare dallo Spirito, tutte le nostre decisioni saranno soltanto delle decorazioni, che invece di esaltare il Vangelo lo ricoprono e lo nascondono».


Il mood della grande assemblea 2015 inizia da qui. Ed è questo quello che dovrebbe essere: un cammino di conversione ecclesiale che chiede ai pastori di convertirsi per primi lasciandosi educare dallo Spirito Santo. Non sono parole. Non è perciò il pontificato a giocarsi in questo Sinodo, come gli strateghi dell’ultima ora e di talune forme di settarismo vogliono farci credere, ma la vita concreta, la speranza della famiglia reale e quindi della Chiesa, che siamo noi.
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