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«Ecco “Laudato si’” in monastero»
Giacomo Gambassi
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Enciclica

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​Si fa fatica a pensare ai grandi mali della pianeta da questo colle della Maremma toscana, a trenta chilometri da Grosseto, dove il verde della terra si unisce all’azzurro del cielo, l’unico rumore che si sente è quello del vento e i prati sono ricamati dai fiori selvatici. Eppure se si chiede al priore del monastero di Siloe quale sia l’impegno principale di questa comunità d’impronta benedettina fondata diciotto anni fa, ci sentiamo rispondere da padre Mario Parente: «Vogliamo collaborare all’opera di Dio nella ricostruzione dei volti dell’umano, delle donne e degli uomini che il tempo della modernità ha sfigurato». Ecco allora che la mente va all’enciclica Laudato si’ e alla sfida dell’«ecologia integrale» che papa Francesco indica come via per la “cura della casa comune”.


Quassù, in un’altura a due passi dal paese di Poggi del Sasso che domina la valle dell’Ombrone, la mano dell’uomo ha stretto un patto “sacro” con la natura. Basta osservare il monastero per capirlo. È uno dei pochi costruiti nel terzo millennio e i religiosi l’hanno progettato ecosostenibile. L’architettura è “bio”; le energie utilizzate sono rinnovabili; si è scommesso sul “buon governo” del suolo – chiariscono i monaci – puntando sull’agricoltura biologica e su tecniche di coltivazione che rispettano la biodiversità.


Quasi un’Atlantide, viene da dire. O meglio, se guardiamo all’enciclica di Francesco, sembra quasi che qui sia stato realizzato il “sogno” immaginato da Bergoglio per l’umanità. «La terra, insieme con gran parte dei popoli che la abitano, sta soffrendo – spiega fra’ Roberto Lanzi, responsabile del Centro culturale del monastero intitolato a san Benedetto –. E di questa sofferenza papa Francesco si è fatto interprete ascoltando anche la “sofferenza di Dio”, sempre alla ricerca di un amico umano che collabori alla sua continua opera di creazione e la custodisca».


Letta da Siloe, l’enciclica è come un «soccorso» per costruire un “nuovo” futuro. «È significativo che il testo papale sia rivolto non solo ai cristiani ma “ad ogni persona che abita la terra” – evidenzia fra’ Roberto –. Già questo incipit è riconciliante, ovvero è una modalità che fa appello agli uomini di buona volontà di giovannea memoria. Il Papa convoca tutti a ritrovarsi attorno alle questioni dell’umano, a incontrarsi nella diversità – ed è la prima forma di “ecologia umana” – per edificare un mondo non uniformato ma poliedrico imparando a “vivere con” e rinunciando a ogni autoreferenzialità. Perché l’essere autocentrati porta inevitabilmente ad avere un rapporto solo strumentale con gli altri e con la natura. Un rapporto “usa e getta” che sfrutta tutto: dai beni materiali alle relazioni umane».


Ai monaci di Siloe piace citare una frase del Vangelo di Luca: “Che giova all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?”. «Questo è accaduto – afferma fra’ Roberto –. L’uomo, perdendo la consapevolezza di sé dinanzi a Dio creatore, guasta il mondo e il suo volto». Una fraternità monastica come quella di Siloe vuole essere un segno di rinascita in mezzo alle macerie. Partendo dalla preghiera che è uno dei perni della regola Ora et labora seguita in questo angolo di Toscana. E poi proponendo ogni giorno gesti che testimoniano come la custodia del creato possa diventare prassi quotidiana. «Il tutto coniugato con la cura dell’umano e con un’ecologia dei rapporti personali che trova nel cenobio di Siloe una sorta di laboratorio», precisa il priore.


Uomo e natura: è il grande binomio dell’enciclica Laudato si’. «Il Papa – sottolinea fra’ Roberto – ci ricorda che l’uomo non è “al centro del mondo”, attorno al quale tutto deve essere strumentalmente riferito, ma deve integrarsi con l’ambiente di cui è chiamato farsi carico e nella comunità delle co-creature che abitano quel villaggio globale che è il pianeta». Nel testo i monaci individuano un implicito appello a un impegno anche nel sociale.

«Si potrebbe sostenere che il Pontefice esorta alla “cura del politico” o dei beni comuni – conclude il responsabile del Centro culturale –. Non è certamente una questione monastica, ma la vita spirituale è tutt’altro che vita immateriale e dunque rimanda sempre alla realtà in cui incarnarsi e di cui avere cura. Certo, il percepirsi come “sacerdoti di Dio” ci prona a collaborare al suo progetto creativo facendosi carico in modo responsabile di quanto ci circonda. Perciò è tempo di rispondere alla voce del Papa con il nostro “eccomi”».
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