sabato 22 agosto 2015
Al Meeting di Rimini il Prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede ha tenuto una lectio magistralis su "La Chiesa e il denaro". Stiamo pulendo la casa come chiesto dal Conclave (Paolo Viana)
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Non sapremo mai chi è la «principessa europea» che un bel giorno ha rivelato al cardinale George Pell la pessima nomea di cui godeva il Vaticano in certi ambienti finanziari – «un’antica famiglia di nobili prossima alla bancarotta, facile preda di ladri e mascalzoni»… –, ma è certo che da quando la confidenza è stata fatta di acqua ne è passata sotto ponte Sant’Angelo. «Stiamo lavorando duramente per pulire la casa, con efficienza e trasparenza – ha detto infatti il Prefetto della Segreteria per l’economia della Santa Sede al Meeting di Rimini –, come ci ha chiesto di fare la grandissima maggioranza dei cardinali durante il Conclave». Nessuna esitazione, dunque, sulle riforme finanziarie in corso, sia perché la linea del rigore, come ha puntualizzato il porporato australiano, gode del pieno appoggio del Papa («questa riforma sarebbe assolutamente impossibile senza l’appoggio di papa Francesco»), sia perché «la prossima ondata di attacchi alla Chiesa potrebbe arrivare per irregolarità finanziarie». Per capire fino in fondo il passaggio cruciale della relazione di Pell al Meeting – «Adesso è il momento di mettere in ordine i nostri affari in modo tale che questo possa essere dimostrato al mondo esterno» – non basta lo spettro dei "financial leaks". Il cardinale ha inquadrato infatti la sua dichiarazione più impegnativa in una lectio magistralis su "La Chiesa e il denaro" da cui emerge la complessità dell’approccio cristiano alla materia finanziaria. Dalla parabola del giovane ricco al concilio di Nicea, dagli Atti degli Apostoli ai Padri della Chiesa, dai monti di pietà alla Dottrina Sociale, ha ricostruito un rapporto antico che non si risolve in una banale contrapposizione: «Il giovane ricco non riuscì a raccogliere la sfida, ma quella parabola vuole farci capire che con l’aiuto di Dio ciò sarebbe stato possibile; tuttavia, nessuno può essere schiavo di due padroni, non si può servire Dio e mammona e tutti debbono fare una scelta: poveri e ricchi, laici e religiosi». Già, anche i religiosi: sull’atteggiamento dei medesimi verso la finanza Pell è stato particolarmente duro. Per quanto il cristianesimo abbia «un approccio diverso dai filantropi, perché ogni nostra attività, anche la giustizia sociale non prescinde dalla preghiera ed è sempre cristocentrica», ha spiegato, la complessità della vita economica non deve diventare alibi per comportamenti omissivi: «è moralmente sbagliato – ha insistito – che un leader della Chiesa si soddisfi di non curarsi dei conti perché afferma di non "capire" il denaro. Un religioso non deve essere un esperto, ma dev’essere capace di fiutare quando qualcosa non quadra» e questa responsabilità trova la sua ragion d’essere «nella natura universale del peccato originale» («l’autorità religiosa ha l’obbligo morale di conseguire livelli appropriati di ritorno finanziario dai suoi beni; dare in affitto immobili della Chiesa ad amici degli amici è moralmente sbagliato»), ma soprattutto nella destinazione dei beni ecclesiastici. «Possedere scuole e monasteri fornisce una sicurezza di continuità – ha sottolineato – e il patrimonio va mantenuto e usato per le finalità della Chiesa». Con una chiosa inequivocabile: «I bisogni pastorali delle persone devono sempre avere priorità». In questo senso nella Chiesa non vi è una condanna a priori della ricchezza e infatti Pell ha evidenziato come «i metodi moderni di contabilità sono probabilmente il miglior modo per garantire una gestione onesta e competente» dal momento che «bisogna rendere conto ai laici di cosa vien fatto con il denaro della Chiesa». Ancora: «quanti hanno accesso al patrimonio ecclesiastico devono essere credibili in questo mondo e non solo nei confronti di Dio». Da tali considerazioni, e non solo dalla prospettiva di uno tsunami scandalistico, discende l’urgenza di «mettere in ordine» i conti. Annuncio seguito da una serie di dettagli, come il miliardo e 300 milioni di euro emersi dai bilanci vaticani e la riflessione sul conto pensione, la cui sostenibilità dovrà passare da 15 a 25 anni. Per concludere con quella che per il cardinale australiano è una certezza: «quasi impossibile tornare al vecchio sistema».
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