sabato 22 novembre 2014
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Il presidente dell’Associazione medici cattolici italiani (Amci) ricorda colui che fece della sua vita un inno “alla dignità e all’inviolabilità della vita umana”. Filippo Maria Boscia testimonia “con grande emozione” i 40 anni vissuti a fianco del cardinale Fiorenzo Angelini, che dal 1959 al 1998 dell’associazione fu l’assistente ecclesiastico. “In questo lungo periodo – ricorda il presidente dell’Amci – sono emersi i grandi problemi bioetici di cui ancora stiamo discutendo: aborto, eutanasia, clonazione, testamento di vita, stato vegetativo, cellule staminali, fecondazione assistita…e pure questioni organizzative per l’intero servizio sanitario, come la normativa sui trapianti e gli aiuti per i giovani medici”. In tutto questo, “il cardinale ci esortò sempre a tutelare la vita e a promuovere la salute”. E molto in concreto. Boscia ricorda che fu il porporato a ispirare la “Carta degli operatori sanitari”, inaugurando con essa “una vera e propria arte pedagogica” capace di condurre “alla contemplazione del volto di Cristo che si riflette nell’uomo”. Sia esso quello “di colui che soffre, o di colui che grazie alla medicina si incammina nuovamente verso la salute”. Un documento che canta “l’incommensurabile dignità dell’essere umano e la sua natura trascendente”, natura che “fede e ragione” riconoscono come “assolutamente inviolabile”. Ai medici cattolici il cardinale Angelini lascia quest’eredità. E il loro presidente ne è certo: “Il nostro indimenticato assistente ecclesiastico, con la sua testimonianza ci ha indicato anche le modalità concrete in cui farlo: preghiera, abnegazione, disinteresse, sincera e non ostentata umiltà intellettuale, apertura fiduciosa agli altri”. Una sorta di identikit del medico che si sente parte della Chiesa, e, di conseguenza, “indicazioni precise per la costituzione di un laicato fecondo”. “Sotto suo impulso – spiega infatti Boscia – dei medici cattolici nacquero anche la Federazione europea e quella internazionale”, tese più che mai a testimoniare che “dolore e sofferenza non sono la negazione Dio, ma via privilegiata della sua manifestazione”. Nasceva da qui la missionarietà incarnata dal cardinale di “grande umiltà e straordinaria franchezza”: una missionarietà “che in diverse parti del mondo ha saputo chinarsi su ogni “corpo ferito”, e non solo da quella che il presidente dell’Amci definisce malattia organicistica. “Il cardinale – testimonia – si è fatto prossimo di tante persone che soffrivano anche nell’anima, inaugurando una vera e propria pastorale della sofferenza”. E sensibilizzando gli uomini di ogni dove “proprio a quelle attenzioni su cui si è soffermato il Papa, sabato l’altro, ricevendoci per il 70esimo della nostra associazione”. Infine il ricordo personale: “Tutti questi percorsi hanno influenzato la mia maturazione e formazione. Al cardinale Angelini devo molto di quello che sono”.
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