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Assisi, Francesco
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Paolo Viana
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Apre il portone a qualsiasi ora ma non è il frate guardiano. Se un senza tetto deve farsi una doccia gli offre una cella: da vent’anni, fra’ Lazzaro è il volto dell’accoglienza per i poveri che bussano al Sacro Convento. Un "turismo" invisibile, rispetto ai sei milioni che affollano la città di San Francesco e Santa Chiara, ma in crescita perché la crisi colpisce anche la piana spoletina, tanto cara al Santo. Eppoi, al di là del monte Subasio c’è la Merloni...

Solitamente, i poveri non si vedono nel chilometro di pietra rosa che separa le basiliche dei due santi. Non si fermano estasiati ad ammirare la predica agli uccelli e sanno bene che oggigiorno il dono del mantello è solo un capolavoro di Giotto, ma ci saranno anche loro, il 4 ottobre, a salutare il Papa, davanti alla basilica di Santa Chiara, al Serafico, nella piazza inferiore della basilica di San Francesco. Pranzeranno con il primo pontefice della Storia che porta il nome del Poverello e poi torneranno invisibili alle statistiche ufficiali e ai giornali, per i quali Assisi è solo quella delle magliette griffate Francesco e dei reliquiari venduti accanto alle menorah, di Jyoti che attende i turisti vestita da angelo e di Massimo che li aspetta in ginocchio, coperto solo di stracci. Assisi città della pace e della fede, di tutte le fedi e dei loro dintorni, new age compresa, visto che non è infrequente incontrare strani personaggi assorti davanti al crocifisso di San Damiano per assorbirne l’energia...

Assisi accoglie tutti e vive di turismo religioso. La sua Chiesa abbraccia il lebbroso moderno, che sia il disoccupato o il disabile psichico, e tiene aperta questa città-museo (l’accesso a tutti i monumenti religiosi è gratuito) grazie all’otto per mille e ai proventi delle attività "commerciali" di frati e monache, come la vendita di souvenir e l’accoglienza dei pellegrini. Un impegno preso di mira ultimamente per cancellare dalla città di Francesco e Chiara la loro progenie spirituale, strumentalizzando l’invito del Papa ad aprire i conventi ai rifugiati e dipingendo una comunità assisana devota al business e sorda alla povertà. Invece, fra’ Lazzaro non è solo. C’è la Caritas, ci sono i servizi sociali del Comune, e c’è un’intera città che non ha dimenticato il messaggio del Poverello.

Di fronte alla basilica, ogni mezzodì, la curia provinciale dei Cappuccini apre un minuscolo refettorio a chi non può permettersi nulla; men che meno un pezzo del pane di San Francesco, il maritozzo con l’uva passa che le pasticcerie vendono a venti euro al chilo, quanto una camera nei conventi medievali che accolgono i pellegrini e che non chiudono mai la porta a chi ha veramente bisogno. L’accoglienza dei pellegrini impegna 22 tra monasteri e istituti e permette di tenere aperte strutture nate per la formazione dei religiosi ma che i costi di oggi costringerebbero a chiudere. Porte aperte, dunque, ma con qualche regola: «Il nostro non è un hotel - precisa suor Roberta, superiora delle Alcantarine -. Non imponiamo la Messa, ma al pellegrino offriamo un cammino spirituale, anche quando si va insieme alla scoperta dei tesori d’arte di Assisi. Una delle nostre sorelle ha l’autorizzazione di guida turistica».

Il discrimine tra accoglienza e attività alberghiera non è solo una pretesa degli operatori commerciali, che detengono la maggioranza dei letti disponibili in città (85 hotel tra i quali ve ne è uno gestito da religiosi e uno di proprietà di religiosi e gestito da laici, 58 bed & breakfast, 6 campeggi e ostelli, 12 country house, 126 camere e 91 agriturismi) ma lo indica il testo unico del turismo (L.R. n°13/2013), che inserisce le case religiose di spiritualità tra gli esercizi extralberghieri, impone loro di offrire ospitalità «a pagamento», cioè attraverso l’emissione di una regolare ricevuta o fattura (non vale l’offerta), per un periodo «non inferiore a due giorni» (per non fare concorrenza agli hotel) e con rigidi vincoli d’orario. In queste strutture, non c’è il portiere di notte ma un povero può bussare a qualsiasi ora: «Chi ha fame non va via a mani vuote» assicura suor Roberta, la cui congregazione è nata sul finire dell’Ottocento a Castellammare di Stabia proprio per aiutare i bisognosi.

Per tutti gli altri, una stanza nel monastero costa da 28 a 36 euro, quanto viene venduta nei negozi del centro una statua di San Francesco in resina. All’istituto Maria Immacolata, a santa Maria degli Angeli, si può scendere a venti euro, portandosi le lenzuola da casa, perché, come spiega suor Stefania delle francescane missionarie di Gesù Bambino, «da noi vengono gruppi di giovani e sacerdoti per incontri di catechesi. Qui si prega, questo non è un albergo». Si può dire lo stesso per l’elegante casa delle suore svedesi di Santa Brigida: «Abbiamo investito molto - precisa suor Marcellina - e c’è anche una stanza per disabili, ma restiamo una comunità che lavora per sostenersi». Chiedono 65 euro per la pensione completa, contro i 150-260 dei quattro stelle. Con 45 si può trovare una camera presso le suore dell’Atonement, le quali offrono anche un minicorso per comprendere il significato religioso e culturale dei monumenti. Stessa tariffa alla Pro Civitate Christiana, punto di riferimento del turismo congressuale.

Il ruolo delle case religiose è anche quello di calmierare il mercato e rendere accessibile la città del Santo ai 449mila turisti che nel 2012 hanno scelto di soggiornare ad Assisi. Non sorprende che qualcuno sia infastidito da questa "concorrenza" (il fatturato delle case religiose e per ferie è cresciuto del 20% rispetto al 2011, quello degli alberghi è calato del 6) ma il boom delle strutture extralberghiere di questi vent’anni è figlio degli incentivi all’agriturismo più che dell’attivismo "imprenditoriale" delle 81 famiglie religiose presenti in città. «Accogliere i pellegrini non significa fare business - sottolinea Luca Lucchini, dipendente della Domus Leatitiae - ma sostenere strutture che pagano fior di tasse» In Comune confermano: nessuna esenzione.

Una casa religiosa di mille metri quadrati che pratichi l’accoglienza dei pellegrini versa 7.000 euro di Tares e 5.000 di Imu. per le strutture più grandi si superano i 70mila. Nella struttura dei Cappuccini, che chiamavano il Cremlino per via del suo colore rosso cupo e che dopo il terremoto è stata parzialmente ricostruita, c’è anche una stanza per chi non può pagare. Che a mezzogiorno padre Celestino fa accomodare in sala da pranzo, con gli altri ospiti della casa.
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