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Il Papa: «La vergogna del peccato è Grazia»
Papa Francesco
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Sarà disponibile da martedì 12 gennaio, anche in versione ebook, il libro intervista di papa Francesco Il nome di Dio è misericordia (Edizioni Piemme; pagine 120; euro 15) frutto di una conversazione con il vaticanista del quotidiano “La Stampa”, Andrea Tornielli. Volume di cui pubblichiamo un’anticipazione. Si tratta del passaggio in cui il Papa spiega che cos’è per lui la misericordia, quale posto ha nel suo cuore. In particolare rispondendo alle domande di Tornielli, Francesco ricorda il capitolo 16 del Libro di Ezechiele in cui si paragona Israele a una bambina «gettata via». Dio invece la salva, la ripulisce, la unge, la veste e, una volta cresciuta, l’adorna di seta e gioielli. Per tutta risposta lei, «infatuata della sua stessa bellezza», si prostituisce arrivando a pagare i suoi amanti. Malgrado questo, Dio non dimenticherà la Sua alleanza, ma la metterà sopra le sue sorelle maggiori perché, quando verrà perdonata, Israele si ricordi e si vergogni. A seguire le parole di papa Francesco tratte dal libro.

Posso leggere la mia vita attraverso il capitolo 16 del Libro del profeta Ezechiele. Leggo quelle pagine e dico: ma tutto questo sembra scritto per me! Il profeta parla della vergogna, e la vergogna è una grazia: quando uno sente la misericordia di Dio, ha una grande vergogna di se stesso, del proprio peccato. C’è un bel saggio di un grande studioso della spiritualità, padre Gaston Fessard, dedicato alla vergogna, nel suo libro La Dialectique des “Exercises spirituels” de S. Ignace de Loyola.

La vergogna è una delle grazie che sant’Ignazio fa chiedere nella confessione dei peccati davanti al Cristo crocifisso. Quel testo di Ezechiele insegna a vergognarti, fa sì che tu ti possa vergognare: con tutta la tua storia di miseria e di peccato, Dio ti rimane fedele e ti innalza. Io sento questo. Non ho ricordi particolari di quando ero bambino. Ma da ragazzo sì. Penso a padre Carlos Duarte Ibarra, il confessore che incontrai nella mia parrocchia quel 21 settembre 1953, nel giorno in cui la Chiesa celebra san Matteo apostolo ed evangelista.
 
Avevo 17 anni. Mi sentii accolto dalla misericordia di Dio confessandomi da lui. Quel sacerdote era originario di Corrientes, ma si trovava a Buenos Aires per curarsi dalla leucemia. Morì l’anno seguente. Ricordo ancora che dopo il suo funerale e la sua sepoltura, tornato a casa, mi sono sentito come se fossi rimasto abbandonato. E ho pianto tanto quella sera, tanto, nascosto nella mia stanza. Perché? Perché avevo perso una persona che mi faceva sentire la misericordia di Dio, quel «miserando atque eligendo», un’espressione che allora non conoscevo e che poi ho scelto come motto episcopale. L’avrei ritrovata in seguito, nelle omelie del monaco inglese san Beda il Venerabile, il quale descrivendo la vocazione di Matteo scrive: «Gesù vide un pubblicano e, siccome lo guardò con sentimento di amore e lo scelse, gli disse: “Seguimi”».

Questa è la traduzione che comunemente viene offerta dell’espressione di san Beda. A me piace tradurre miserando, con un gerundio che non esiste, “misericordiando”, donandogli misericordia.
Dunque «misericordiandolo e scegliendolo», per descrivere lo sguardo di Gesù che dona misericordia e sceglie, prende con sé.
© 2016 - Libreria Editrice Vaticana, Città del Vaticano
© 2016 - Edizioni Piemme Spa, Milano
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