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Intervista
Sodano: riforma dai singoli alla Chiesa
Roberto Rotondo
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«Una Chiesa da amare». Con questo significativo sottotitolo è uscito in questi giorni un libro del cardinale Angelo Sodano, decano del Collegio cardinalizio, dedicato al tema oggi molto dibattuto delle riforme nella Chiesa. Edito dalla Libreria Editrice Vaticana,  Chiesa e riforme, questo il titolo dell’agile libretto, è anche frutto di una conferenza tenuta dall’autore per i membri dell’Unione cristiana imprenditori dirigenti (Ucid), nella sede de  La Civiltà Cattolica  il 20 marzo scorso.

Eminenza, perché un libro ora su Chiesa e riforme?

È un tema che sempre mi ha interessato fin dai miei studi teologici, quando, negli anni Cinquanta, lessi il noto libro del padre Yves Congar sulla Vera e falsa riforma nella Chiesa. 
Così oggi ho voluto dare un mio contributo a un tema di grande attualità, partendo con il chiarire bene i due concetti di Chiesa e di riforma, perché senza una chiara visione della natura della Chiesa e dei limiti della sua riforma, si rischia di imboccare un falso binario. Inoltre, se non si tiene presente l’origine divina della Chiesa e la sua realtà soprannaturale, non si riesce neanche ad impostare bene la questione: per il cristiano il termine 'Chiesa' indica una comunità congregata da Cristo e poi da Lui adeguatamente strutturata. Non per nulla i teologi amano parlare di 'Chiesa di Cristo' e non solo di 'Chiesa'. In tal modo si comprende meglio che se la Chiesa è di Cristo l’uomo non può mutarne la natura. Le parole del Signore sono, infatti, ben chiare: «I cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno mai» (Lc 21, 33).

Ma anche l’espressione latina 
Ecclesia semper reformanda ha sempre trovato posto nel cattolicesimo…

Proprio per questo è necessario precisare bene la natura del concetto di riforma. In ogni vocabolario il concetto di 'riforma' indica l’atto destinato a riportare una data realtà alla sua 'forma' anteriore. È, quindi, un termine diverso da 'trasformazione' o 'deformazione'. La forma è la figura con cui ci appare una determinata realtà e se la forma è riportata alla sua primitiva origine, ci troviamo di fronte a una riforma. Il suo ambito è stato ben delineato, in epoca contemporanea, dal Concilio ecumenico Vaticano II in poi. E oggi lo ricorda papa Francesco nella sua esortazione apostolica  Evangelii gaudium:  è un rinnovamento che parte dai singoli individui, per giungere poi alla Chiesa intera e alle
sue strutture umane.

Lei scrive nel suo libro che le riforme nella Chiesa partono da una spinta interiore, dall’amore a Cristo. Ma oggi si discute soprattutto su come rinnovare alcune strutture non più adeguate ai tempi…
Una cosa deve andare di pari passo con l’altra. Certo, con la riforma interiore di ogni credente, c’è anche l’urgenza per la Chiesa di procedere a quelle riforme di strutture ritenute opportune o necessarie, per compiere meglio la sua missione nel mondo. Non si tratta, certo, di mutare ciò che nella Chiesa è di istituzione divina, il suo Vangelo, il suo Credo, i suoi Sacramenti, la sua struttura gerarchica. Si tratta solo di modificare quelle realtà ecclesiali di origine umana, che per quanto nobili e provvidenziali per il loro tempo, non corrispondano più alle necessità d’oggi o possano anche essere per la Chiesa una sua contro-testimonianza. In realtà, la storia della Chiesa ci parla di varie successive riforme che sono nate sotto l’ispirazione dello Spirito Santo e per l’opera di pastori che lo stesso Spirito Santo aveva posto a reggere la santa Chiesa di Cristo.

Oggi si sta studiando anche una riforma della Curia Romana, e alcuni notevoli cambiamenti sono stati già operati. Un cammino positivo secondo lei?
Sicuramente, ma vorrei però ricordare che è normale che i Pontefici abbiano sempre voluto adattare alle diverse situazioni storiche questo loro strumento di governo pastorale. Basti pensare che, nel secolo scorso, abbiamo avuto tre grandi riforme della Curia: la prima ad opera di san Pio X nel 1908, la seconda per iniziativa del papa Paolo VI nel 1967 e l’ultima, quella vigente, è stata voluta dal papa san Giovanni Paolo II nel 1988. Bisogna sempre ricordare quale sia il movente primo delle riforme nella Chiesa, che non nascono dal puro desiderio di adattamento ai tempi. In realtà, la prima spinta viene dal desiderio di corrispondere sempre meglio alla volontà di Cristo, e cioè viene dal desiderio di portare la Chiesa a quella 'forma' che il Signore le ha voluto dare. In sintesi le riforme non nascono dal desiderio di assecondare eventuali pressioni dell’opinione pubblica o solo per un adattamento alle tendenze del momento. Anche qui vale il principio di sempre, e cioè che il bene delle anime è la legge suprema della Chiesa. Chi non ricorda l’antico testo latino: «Bonum animarum suprema lex»?

Perché ha voluto concludere la sua pubblicazione con un accenno all’amore del cristiano per la Chiesa?
La Chiesa, come una madre, sa sempre cercare nuove vie per compiere la sua missione nel mondo. Certo c’è una Chiesa che ha sempre bisogno di purificarsi, c’è una Chiesa che ha sempre bisogno di riformarsi, ma c’è anche una Chiesa che ha sempre bisogno d’essere amata dai suoi figli. Essa è una madre che ci ha generati alla vita soprannaturale, è la madre che ci educa con le parole del Vangelo e che ci alimenta con i suoi Sacramenti. Ancor oggi questa Chiesa porta molti suoi figli al traguardo della santità, anche a quello della santità eroica. È quanto cantava il nostro grande Alessandro Manzoni nel suo Inno alla Pentecoste, quando chiamava la Chiesa come «Madre dei santi». Per concludere, vorrei ricordare l’atteggiamento verso la Santa Madre Chiesa che era proprio di una grande santa dei tempi moderni: Teresa di Gesù Bambino. Nei Giardini Vaticani c’è una bella statua di questa santa e sul piedistallo papa Pio XI volle far scolpire la seguente frase, che ben riassume la spiritualità di ogni cristiano: «J’aime l’Église ma mère», amo la Chiesa mia madre. È un messaggio di grande attualità.
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