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Roma-Mosca: il secolo difficile tra le due Chiese
Fulvio Scaglione
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Tra un anno esatto ricorrono i cento anni dalla Rivoluzione bolscevica e per raccontare i rapporti tra il Vaticano e la Russia possiamo quindi partire da lì. L’avvento dell’ateismo comunista in Russia investì fin da subito la Santa Sede. Papa Benedetto XV ricevette persino una lettera da alcuni vescovi ortodossi della Siberia che si rivolgevano a lui come «padre di tutta la cristianità » e lo imploravano di intervenire contro il massacro di sacerdoti e religiosi. Intanto il cardinal Gasparri, segretario di Stato poi anche di Pio XI, telegrafava a Lenin per ribadire che «la Chiesa esige solo che gli Stati, qualunque ne sia il sistema, non ostacolino la libertà della pratica e del ministero sacerdotale». Invano, perché l’unica risposta venne dal ministro degli esteri Cicerin e fu sprezzante. 

La Chiesa cattolica, però, non smise di cercare un contatto con le autorità sovietiche e di tendere una mano solidale alla gente russa. Nel 1922 papa Ratti, appena asceso al soglio come Pio XI, autorizza una missione di soccorso per le popolazioni russe colpite dalla carestia. Ma il gelo avanza a Mosca. Nel 1922 è revocata la parziale “apertura” della Nuova politica economica, nel 1924 muore Lenin e Stalin prende il potere. Nel 1925 muore in stato di semi-prigionia il patriarca ortodosso Tikhon, che non viene sostituito. Nel 1931 viene fatta saltare con l’esplosivo la cattedrale di Cristo Salvatore nel cuore di Mosca. Per tutti gli anni Trenta le “purghe” si succedono senza sosta. Il Vaticano deve ammettere che con l’Urss nessun dialogo è possibile. E fa chiarezza con la Divini Redemptoris, l’enciclica che papa Pio XI emana nel 1937 per condannare i crimini del comunismo. 

Tutto cambia con la seconda guerra mondiale. La Russia sovietica non è più l’impero ateo ai confini dell’Europa ma una potenza insediata nel continente, che guida orgogliosa uno dei due “blocchi” contrapposti e cerca in ogni modo di diffondere il comunismo. Ha anche cambiato atteggiamento verso la religione. Durante la guerra la Chiesa ortodossa ha goduto di relativo respiro. Nel 1943 è stato finalmente eletto il nuovo patriarca, Sergio I. Le chiese, che erano 100 nel 1941, sono 25 mila nel 1945, e i sacerdoti passano da 400 a 33mila. Il patto è che la Chiesa diventi portavoce dello sforzo bellico e della propaganda patriottica. Nel 1939, intanto, Eugenio Pacelli era diventato papa come Pio XII. Già segretario di Stato di Pio XI, Pacelli aveva vissuto in diretta l’annientamento della Chiesa ortodossa e la persecuzione dei cattolici. Non solo. A guerra appena finita aveva dovuto assistere al dramma dell’Ucraina. Tutti i vescovi cattolici erano stati accusati di collaborazione con i nazisti e arrestati. Poi era stato incarcerato anche l’arcivescovo di Leopoli, Joseph Slipyj. Infine, nel 1946, uno pseudo-concilio aveva decretato la fusione della Chiesa ucraina cattolica con il patriarcato di Mosca. Il Cremlino colpiva così gli uniati e Pio XII levò la protesta con l’enciclica Orientales omnes ecclesias. 

Nel 1949, con un gesto ancor più clamoroso, scomunicò i capi di governo dei Paesi dell’Est responsabili delle persecuzioni religiose. Nel 1948 la Chiesa ortodossa russa ha il permesso di celebrare i 500 anni dell’autocefalia e lo fa attaccando la Chiesa cattolica, nel documento finale definita «centro del fascismo internazionale».
 
Viene per contro rilanciato il ruolo di Mosca “terza Roma”, nuova capitale della cristianità secondo l’ideale elaborato all’inizio del Cinquecento. Con l’implicito corollario, molto gradito al Cremlino, di trasformare la Moscovia staliniana nella capitale politica del mondo. Gli anni della Guerra Fredda sono quelli della battaglia per difendere i ridottissimi spazi di fede. Bisognerà attendere Giovanni XXIII per assistere a un cambio di tono. Che arriva dalle Chiese. Nikita Khruscev, al potere dal 1953, fa tornare la repressione contro la Chiesa ortodossa russa ai livelli del primo stalinismo. Numero dei preti dimezzato, seminari chiusi, migliaia di chiese dismesse. Lo Stato rompe il patto e nella Chiesa matura uno stato d’animo nuovo: preti coraggiosi rimproverano ai vertici i troppi compromessi, lo stesso Patriarcato prende decisioni inedite, come la stretta sulle vocazioni (per bloccare l’accesso degli infiltrati) o la scomunica dei blasfemi fino all’invio di due osservatori al Concilio Vaticano II. 

C’è una data-simbolo per parlare di una stagione nuova. Il 25 novembre 1961, quando l’ambasciatore russo consegna un messaggio personale di Khruscev per gli 80 anni del Papa. Giovanni XXIII risponde il giorno dopo e lo scambio continua in altre occasioni. Nel frattempo, sulla linea Mosca-Roma, si apre un diverso tipo di dialogo, per portare Atenagora, patriarca ecumenico ortodosso di Costantinopoli, a Roma ai lavori del Concilio, ai quali devono partecipare anche gli osservatori del patriarcato di Mosca. Toccò invece a Paolo VI incontrare Atenagora nel 1964, durante il viaggio in Terra Santa. E fu ancora lui, l’anno dopo, a incontrare il ministro degli Esteri Andrej Gromyko. Dal “disgelo” di Roncalli si passava a quella che sarebbe diventata l’Ostpolitik vaticana, che ebbe nel cardinale Casaroli l’uomo incaricato di trovare la chiave dei Paesi comunisti. 

Nel 1966 Gromyko arrivò in Vaticano, nel 1967 il Papa ricevette il presidente sovietico Podgorny. Si cominciava a sussurrare di un viaggio di Paolo VI a Mosca, che non si fece mai. E nel 1971 il Pontefice, con l’enciclica Octogesima adveniens, ribadì la condanna per «la società totalitaria e violenta» nata dal marxismo, unendo a quel monito anche una critica del liberalismo in una visione che anticipava quella di Giovanni Paolo II. L’elezione di Karol Wojtyla, diventato Papa nell’ottobre 1978, avrebbe spazzato via la vecchia immagine della Chiesa del silenzio, del cristianesimo mortificato senza scampo.

I cristiani perseguitati ora parlavano con la voce del Papa, che percorreva l’Europa in loro difesa. Mentre il regime sovietico si dibatteva nella crisi finale, gli ultimi leader, Andropov come Cernenko, manifestavano preoccupazione per l’azione del Papa ma riuscivano  solo a incrementare gli arresti di sacerdoti. Ma proprio quando la glasnost’ e la perestrojka di Mikhail Gorbaciov facevano pensare che fosse giunto il momento per il tanto atteso viaggio del Papa a Mosca, tra il Vaticano e il patriarcato scoppiò la guerra delle diocesi. L’11 febbraio del 2002, infatti, Giovanni Paolo II aveva elevato a diocesi le quattro amministrazioni apostoliche (Mosca, Saratov, Irkutsk, Novosibirsk) fino ad allora esistenti. 

La Chiesa ortodossa russa parlò di aggressione, di usurpazione del territorio canonico e nazionale e un grande gelo scese tra le due Chiese.  Fu Benedetto XVI a scioglierlo. Non solo perché nel 2009 furono ristabilite relazioni diplomatiche ufficiali tra la Santa Sede e la Federazione russa ma anche perché il messaggio ratzingeriano faceva risuonare corde importanti nel cuore degli ortodossi russi. Non a caso il patriarca Kirill, all’annuncio delle dimissioni, inviò al Papa un messaggio in cui si diceva tra l’altro: «Nel momento in cui il relativismo morale cerca di indurre le persone a perdere i valori, voi avete levato la vostra voce in difesa degli ideali evangelici e della dignità umana». Con l’incontro di Cuba, quindi, papa Francesco si trova a chiudere un cerchio lungo e faticoso.
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