Passa a livello superiore
Accesso
Chiesa
Milano dedica una via all'arcivescovo
Il segretario del cardinal Martini: omaggio a un pastore innamorato della Parola
Filippo Rizzi
  • twitter
  • google +
  • segnala ad un amico
    mail
  • font
  • stampa quest'articolo
    print
Don Gregorio Valerio col il cardinale Martini

​​
2016-premio-candida-300x125.gif
Banner-Iniziativa-Avvenire-Carita-Papa-300x125-TERZO.GIF​​​
«Quando passerò per il Duomo e per quella via che oggi si chiama dell’Arcivescovado mi tornerà in mente lo studio del cardinale Carlo Maria che non distava molto da quella strada e anche quelle rarissime volte che di “nascosto” l’arcivescovo Martini, non riconosciuto dalla folla, lontano dai riflettori dei media, imboccò quella strada per andare a trovare il cardinale Giovanni Saldarini, (emerito di Torino, ma ambrosiano d’origine, ndr) ammalato e ospite di una casa della diocesi o per incontrare nel giorno dell’Epifania per pranzo i suoi confratelli gesuiti di San Fedele...». 

Sono le prime istantanee che tornano alla mente all’ultimo segretario in terra ambrosiana del cardinale Martini (dal 1996 al 2002), don Gregorio Valerio, oggi parroco nella chiesa milanese di Sant’Antonio Maria Zaccaria, pensando alla dedicazione della strada accanto al Duomo al “suo” arcivescovo. 

«Per me sono stati sette anni di grazia – confida –in cui ho potuto sperimentare la “fortuna sfacciata”, lo dico spesso, di stare sotto lo stesso tetto, sempre alla stessa tavola, gomito a gomito». Don Gregorio si immagina come un «milanese del futuro», che si imbatte su questa targa, e che si pone la domanda tipica – dal sapore manzoniano – di ogni turista: «Chi era costui?».

«La mia risposta sarebbe quella di un uomo innamorato della Parola di Dio – confida – e del primato del Signore sulla vita di ciascuno. Inoltre, come mi confidava giorni fa un suo antico stretto collaboratore, “Martini non soltanto conosceva e presentava molto bene la Parola, soprattutto la viveva”». Don Valerio rievoca dei suoi “sette anni di grazia” con l’arcivescovo le gite mattutine il giovedì di ogni settimana «quando si poteva » in montagna, le visite ai malati «anche nelle loro case», ai sacerdoti incontrati faccia a faccia in ogni angolo dell’arcidiocesi, o il conforto che seppe manifestare «nonostante il suo carattere non espansivo » ai familiari della tragedia alla camera iperbarica dell’ospedale Galeazzi nel 1997 o a quelli della strage all’aeroporto di Linate, avvenuta nel 2001.

«Per la sua capacità di ascolto soprattutto dei suoi sacerdoti e dei loro problemi – rivela – mi ha sempre ricordato lo stile di Paolo VI. Credo che una delle grandi “virtù martiniane” sia stata quella di capire la complessità dell’uomo di oggi. Martini non gradiva molto la pretesa di chi, dinanzi ai problemi in ogni campo della modernità, aveva in tasca la risposta pronta e sicura, e sembrava non prestasse la dovuta attenzione alla novità della situazione».

Dei ventidue anni e sette mesi di episcopato a Milano – scherza don Gregorio «gli stessi di sant’Ambrogio» – ripensa alla centralità di tanti suoi Discorsi alla città, le Lettere pastorali come La dimensione contemplativa della vita. «Purtroppo mi rammarico che sia poco conosciuta – rivela – una lettera eccezionale intitolata Cento parole di comunione pubblicata a 7 anni, numero perfetto per lui biblista, dal suo ingresso in diocesi, il 10 febbraio 1980. In quello scritto traspare molto del programma pastorale di Martini in cui sosteneva, tra l’altro, che “il futuro della Chiesa è legato al protagonismo della Parola di Dio”».

Un’eredità quella di Martini, agli occhi di don Gregorio Valerio, ancora attuale. «Ricordo spesso dal mio diario in cui sono annotati tutti gli incontri di Martini – riflette infine – i suoi grandi gesti di finezza, di carità nascosta. Traspare da quelle pagine la sua profonda umanità e il maggiore paradigma della sua lezione: non ci può essere futuro nella Chiesa senza la Parola».
© riproduzione riservata
segnala ad un amico stampa quest'articolo
Articoli in evidenza