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Piccola "guida" per giovani
Il bagaglio ideale per visitare Auschwitz
Matteo Liut
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Leggi: Uno zaino per la memoria di Raffaele Mantegazza

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Un libro con le pagine bianche, la biancheria intima, carta da lettera, un lettore mp3, un apparecchio acustico, un tasto "pause", una lente d’ingrandimento: è questo il contenuto del «bagaglio ideale» da consigliare alle ragazze e ai ragazzi che si recano in visita a un campo di sterminio. A consigliare questo «corredo di viaggio» anche ai giovani che a luglio in occasione della Gmg in Polonia entreranno in questi luoghi della memoria, è Raffaele Mantegazza, pedagogista, studioso della Shoah, docente all’Università di Milano Bicocca, autore di una piccola «guida» dal titolo significativo: «Auschwitz: uno zaino per la memoria».

«Si tratta di un corredo di "oggetti che ci parlano" della nostra quotidianità – spiega Mantegazza – e che possono aiutare i ragazzi a capire che proprio questa dimensione è stata la prima a essere violata dai nazisti». Ma tra quelli dell’elenco quale non può assolutamente rimanere a casa? Lo studioso non ha dubbi: «la lente d’ingrandimento». Cioè lo strumento che serve per il «dopo», «per ripensare alle pratiche di espropriazione, di violenza, di umiliazione ancora oggi presenti».

Per questo motivo «la visita ad Auschwitz o a un altro campo di sterminio non può ridursi a una gita ma dev’essere un’esperienza unica, che coinvolge tutto il vissuto dei ragazzi». Un obiettivo che richiede una duplice preparazione: «Innanzitutto sono convinto che sia necessaria una buona conoscenza della storia – spiega Mantegazza –, ma essa deve andare di pari passo con la preparazione "autobiografica", antropologica, emotiva, che parta dai nostri vissuti quotidiani e che ci metta davanti a quei gruppi umani che ancora oggi vengono maltrattati, espropriati, emarginati.
 
Insomma la visita in un campo di sterminio deve toccare i punti forti del nostro essere umani. Con tutto ciò che ne deriva nella delicata fase esistenziale in cui si trovano adolescenti e giovani». Un esempio concreto? «Si pensi al pudore che i ragazzi provano nel solo farsi le docce in uno spogliatoio – nota lo studioso –: questa esperienza può far intuire loro (nonostante resti lontana anni luce) quello che vissero le vittime dei nazisti. Insomma ciò che vanno a vedere nei campi va riportato nel quotidiano».

Inutile dire che allora ciò che conta, anche di più della preparazione, sono «i percorsi di riflessione offerti ai ragazzi dopo la visita, una volta tornati a casa». Questo perché, come spiega Mantegazza nella sua «guida», in realtà la visita può paradossalmente anche far scattare «il fascino assoluto davanti al male assoluto».

È necessario, invece, che il «dopo» aiuti a «riflettere sui nostri pregiudizi senza moralismi, ma nella consapevolezza che dentro di noi c’è un lato oscuro da affrontare».

Attenzione però a non trasformare la visita in una «punizione»: «Dobbiamo essere in grado anche di celebrare il fatto che alla fine il nazismo ha perso, che la vita in qualche modo non è stata annientata. Proprio come quella giovane coppia che dopo una visita in lacrime ad Auschwitz, appena fuori dal cancello ha sentito la necessità di baciarsi: un gesto di tenerezza e di amore che ci ricorda la necessità di farci sempre testimoni della vita».

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