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La Giornata di preghiera e digiuno
per i cristiani assassinati nel mondo
MATTEO MARCELLI
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È una Chiesa di martiri quella del ventunesimo secolo, come l’ha definita spesso papa Francesco. Sono i moderni testimoni della fede che ogni anno la comunità di Sant’Egidio ricorda in una preghiera ecumenica aperta ai cristiani di ogni confessione. Anche ieri, nella Basilica di Santa Maria in Trastevere, la celebrazione presieduta dal cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero, ha riunito cattolici, ortodossi e protestanti nel ricordo di «quanti hanno recentemente dato la vita per il Vangelo e quanti per esso patiscono oggi persecuzione e odio», per usare le parole del porporato.



Ogni anno il 24 marzo si tiene la Giornata di preghiera e digiuno in memoria dei missionari martiri che è stata anticipata in quanto nel 2016 sarebbe caduta nel giorno del Giovedì Santo. Una preghiera per gli oltre150 milioni di fedeli a rischio in oltre 60 Paesi diversi, quasi uno su dieci secondo le stime della missione cattolica Open Doors. Terribile la situazione in Medio Oriente: dal 2003 a oggi è fuggito il 70% dei cristiani dall’Iraq, mentre dal 2011 700mila fedeli hanno lasciato la Siria. C’è poi la Corea del Nord, che tiene imprigionati un numero imprecisato di fedeli compreso tra i 50 e i 70mila, e i massacri di Boko Haram in Nigeria.



Al conto va aggiunto il recente rapporto dell’agenzia Fides sugli operatori pastorali uccisi nel 2015: 22 in tutto (13 preti, 4 suore, 5 laici). Durante la celebrazione molte altre vittime sono state ricordate per nome. Stella ha raccontato la sua personale esperienza avuta nella conoscenza diretta di alcuni di loro, tra cui le quattro suore missionarie della carità uccise il 4 marzo scorso in Yemen. C’era il 17enne siriano Milad, morto a febbraio durante un’aggressione nei villaggi cristiani lungo le sponde del fiume Khabur. Sono passati i nomi dei martiri iracheni, pachistani, australiani, sud americani, ma anche europei e italiani come don Giuseppe Diana, il beato padre Pino Puglisi e padre Lazzaro Longobardi, ucciso il 2 marzo scorso a Sibari.



«Non vogliamo limitarci a ricordare grandi uomini o grandi donne, che hanno compiuto gesta straordinarie, che noi “comuni mortali” possiamo solo ammirare – ha detto il cardinale –. Gli eroi si ammirano da lontano, i martiri invece si imitano, guardandone la vita, dopo averne conosciuto la morte». Stella citando il Papa ha ricordato che «se non tutti sono chiamati a versare il proprio sangue, a ogni cristiano però è chiesto di essere coerente in ogni circostanza con la fede che professa. La coerenza è una grazia da chiedere oggi». I martiri incarnano insomma quella che il cardinale ha definito la «logica delle Beatitudini», una logica «da illusi, per chi rifiuta Cristo, ma uno squarcio di Paradiso per noi che abbiamo fede in Lui». E così la preghiera per questi testimoni non è più solo carità ma un segno di responsabilità, un dovere cristiano: «Non possiamo volgerci altrove! Ciascuno dei loro nomi è come un grido verso di Dio e verso l’umanità».
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