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L'intervista a monsignor Gänswein
Ventuno anni assieme a Benedetto XVI
 
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Monsignor Gänswein assieme a Benedetto XVI
Monsignor Gänswein assieme a Benedetto XVI

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​Un’intervista a tutto campo quella che il prefetto della Casa pontificia e segretario di papa Benedetto XVI ha rilasciato a BenEssere la salute con l’anima (in edicola da giovedì 24 marzo), con foto inedite delle sue escursioni sui monti abruzzesi. «Mi tengo in forma con passeggiate ed escursioni sul Velino o sul Gran Sasso», dichiara monsignor Georg Gänswein, che ammette le sue due “debolezze”: «Sono molto goloso di dolci e ho una limitata quantità di pazienza. Ma mi sforzo costantemente per migliorare».

Disponibile e affabile, monsignor Gänswein ripercorre i 21 anni di collaborazione con il papa emerito, senza tralasciare la tristezza per le accuse «infondate mosse al Pontefice», lo sbalordimento per la rinuncia di Benedetto XVI. E afferma: «Ad aprile, papa Benedetto XVI compie 89 anni: è come una candela che, lentamente e serenamente, si spegne, come avviene a molti di noi. È sereno, in pace con Dio, con se stesso e il mondo. È interessato a tutto e conserva il suo humor fine e sottile, con il quale sa “dare sale”. Ha conservato una grande passione per i felini. Nei nostri giardini, vivono Contessa e Zorro, due gatti che spesso vengono a “salutare” il Papa emerito».

L’arcivescovo tedesco parla, per la prima volta, del suo equilibrio interiore sapientemente trovato tra corpo e anima: «Il vero segreto per rimanere in forma è vivere un’esistenza ordinata, sia fisicamente, sia spiritualmente, e avere una bussola da seguire, con tutte le difficoltà e i fallimenti umani che ovviamente ci sono». Una volta al mese, con alcuni amici sacerdoti, si reca in Abruzzo, per compiere escursioni o per sciare. Da piccolo, il suo sogno era quello di diventare come Beckenbauer. Oggi, che ha meno tempo di praticare sport, conserva però intatti i suoi insegnamenti: «Giocare in squadra ti insegna l’importanza delle regole e l’esigenza di rispettarle».

In una serie di dichiarazioni a cuore aperto, monsignor Gänswein non nasconde neppure la storia della sua vocazione. «Non ho avuto un’illuminazione particolare», confida, «non è stata una rivelazione, un avvenimento folgorante. Fino a 17 anni, non avevo alcuna idea di diventare sacerdote. Dopo la maturità, sentivo l’esigenza di dover trovare il senso della vita. Per questo, decisi di studiare filosofia e teologia all’Università. Poi, con l’aiuto di un sacerdote, ho capito che la vita chiede il suo prezzo e sono entrato in seminario». Fino ad arrivare al 1995 quando, durante una colazione al Collegio teutonico di Roma, conosce l’allora cardinale Ratzinger. «Era un giovedì mattina, quando ebbi il primo incontro “personale” con il futuro Papa», ricorda. «Poi, verso la fine del 1995, mi chiese di diventare collaboratore della Congregazione per la dottrina della fede, di cui era Prefetto. Da quel momento, lavoro con Joseph Ratzinger».

Monsignor Gänswein ripercorre questi 21 anni e ammette: «Mi hanno addolorato i numerosi attacchi a papa Benedetto. Quante volte ho dovuto sentire e leggere che Ratzinger non ha reagito in modo soddisfacente contro la pedofilia, mentre è stato proprio lui, già da cardinale, a iniziare a combatterla. Quante critiche, accuse e calunnie infondate nei suoi confronti anche in altre fattispecie! Ciò mi ha fatto male. Poi, c’è stato il caso Vatileaks: mi sono sentito personalmente colpito, perché fui io a dare piena fiducia a una persona che l’ha tradita senza scrupoli».

Caso unico nella storia della Chiesa, l’arcivescovo tedesco collabora contemporaneamente con Francesco e Benedetto XVI.
Di loro dice: «Sono diversi nei loro caratteri, nelle personalità e anche nel modo di comunicare e di relazionarsi. Per me, vivere con papa Francesco è uno stimolo: lui cerca il contatto diretto, persino fisico, accarezza e si lascia accarezzare, superando così le distanze personali. Papa Benedetto, invece, è più riservato: accarezza con le parole, piuttosto che con gli abbracci. Sono due personalità differenti, ma la cosa più importante è che sono entrambi autentici, non cercano di “copiare” nessuno». Un ultimo pensiero è sulla rinuncia di Benedetto: «Lo sapevo già da molto tempo, la sua non è stata una decisione improvvisa, ma maturata gradualmente e accuratamente. Per me, è stato faticoso digerire questa decisione e mantenere il segreto». Ha provato a fargli cambiare idea, ammette: «Ho cercato di “remare contro” e ho fatto alcune proposte pratiche per facilitare l’esercizio del suo ministero petrino. Ma mi sono arreso, quando ho capito che Benedetto non mi aveva confidato un suo pensiero ipotetico, ma una decisione definitiva».

Oggi, come sta Benedetto? «È un uomo anziano, certo, ma è lucidissimo; purtroppo, il camminare è diventato faticoso, per questo usa un deambulatore. Mantiene una corrispondenza abbastanza ampia, ma non scrive più libri, si limita a dettare lettere alla sua segretaria. Volutamente conduce una vita da monaco, ma non è per niente isolato: prega, legge, sente musica, riceve visite, suona il pianoforte».
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