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L’intervista
Il Papa in Sinagoga, «passi avanti nel dialogo»
MIMMO MUOLO
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Il messaggio è chiaro. Papa Francesco e il rabbino Riccardo Di Segni, la comunità cattolica e quella ebraica hanno detto davanti al mondo che la diversità non è un ostacolo alla pacifica convivenza. E che il mondo può essere più bello anche con un abbraccio tra fratelli o una stretta di mano. Il giorno dopo la terza visita di un Pontefice alla Sinagoga di Roma, Ruth Dureghello, presidente della comunità ebraica romana, non nasconde la sua soddisfazione. «Il dialogo tra cristiani ed ebrei – sottolinea – ha fatto un ulteriore passo avanti».

Tante significative parole e diversi gesti importanti, domenica. Qual è secondo lei il messaggio che li riassume? Un messaggio che era nelle aspettative di tutti. Insieme con il Papa abbiamo testimoniato che la diversità è una ricchezza e che di questa diversità si può beneficiare per migliorare la vita di ognuno e dell’intera società.

Sta dicendo che questa visita potrebbe essere un paradigma per tutto il mondo?
Me lo auguro. C’è nell’abbraccio affettuoso di domenica la volontà di andarsi incontro reciprocamente, superando differenze anche profonde, ma che devono essere affrontate con serenità e con la capacità di vedere nell’altro giammai un nemico ma eventualmente un interlocutore con cui dialogare.

Come si colloca questa visita nel cammino trentennale inaugurato da Giovanni Paolo II e il rabbino Toaff? È sicuramente un ulteriore passo avanti in quel cammino. Il gesto coraggioso di trent’anni fa ha segnato una svolta nei rapporti tra le due grandi religioni. Ora, come ha detto il rabbino Di Segni, diventa una consuetudine, il che non significa banalizzare l’evento, ma anzi riaffermarne l’importanza nel quadro dei valori di dialogo e di amicizia che diventano concreti e necessari al percorso comune.

Qual è stata la specificità di questa visita? A mio avviso la consapevolezza del gesto. Aver voluto profondamente ribadire che il rapporto tra il mondo cattolico e quello ebraico, pur restando permeato da differenze, è sempre più improntato al rispetto, alla stima, alla cordialità e per certi aspetti a un affetto profondo, testimoniato dalle tante strette di mano e dai tanti abbracci di domenica. È stata anche l’occasione per presentare al Papa la comunità, cioè coloro che si prodigano nelle diverse realtà, dalla casa di riposo all’ospedale israelitico, alle scuole ebraiche. Gli incontri precedenti, infatti, erano stati ispirati a un diverso approccio. Anche questo è stato un modo di costruire insieme un futuro comune e la comunità ebraica ha partecipato con gioia alla visita. In particolare, come ho appurato dai miei contatti, è molto apprezzata la nuova condanna dell’antisemitismo e io stessa ho ripreso le parole di papa Francesco a questo proposito. Inoltre, anche il mondo non ebraico ha espresso parole di apprezzamento, riconoscendo l’apporto dato alla società da una comunità che vive a Roma da più di 2000 anni e che molte volte è stata perseguitata.

Quali espressioni del Papa l’hanno colpita maggiormente? Mi sono profondamente commossa quando ho visto il suo grande sentimento e l’abbraccio forte nei confronti dei sopravvissuti della Shoah che erano lì in prima fila. È stato un segno, un messaggio di inestimabile valore anche e soprattutto nei confronti delle nuove generazioni.

Lei nel suo discorso ha condannato il terrorismo e si rivolta anche ai musulmani a cui sta a cuore la pace. È proprio dal mondo musulmano che ci aspettiamo un passo avanti nella stessa direzione. Per carità, lungi dallo scadere nelle banali considerazioni che hanno permeato la comunicazione dell’ultimo anno dopo i terribili fatti di Parigi e di Bruxelles, sappiamo che ci sono tanti musulmani che hanno il desiderio di proseguire questo cammino di speranza e credono fortemente nella possibilità di mettersi in dialogo. Anche a loro chiediamo di farsi coraggio e di promuovere lo stesso messaggio di pace. Insieme.

Domenica, di fronte al Papa, lei ha detto: «Abbiamo la responsabilità di rendere il mondo in cui viviamo un posto migliore per i nostri figli». Come possono farlo insieme cristiani ed ebrei? Anche solo stringendosi la mano e rispettandosi reciprocamente. Come abbiamo fatto durante la visita del Papa. 
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